domenica 12 luglio 2009

Uno scrittore dell’ottocento che parla all'anima del terzo millennio

Alcuni saggi dell'ultimo Emerson

Realizzare la vita, di Ralph Waldo Emerson, - edito da Il Prato (2007), a partire da saggi del 1870 - raccoglie testi che non possono non cogliere di sorpresa anche il lettore più nutrito di classici filosofici. Quest’opera è tanto abissalmente inattuale e insieme attuale che pare incredibile come una simile raccolta di Emerson non sia mai stata pubblicata finora (tranne quattro di questi saggi, ma nel lontano 1913). Questo libro è un viaggio lungo la nostra vita quotidiana, verso una realizzazione dell’esistenza che non è né puramente estetica né puramente etica. Ma non è tanto un viaggio nelle pianure dell’esistenza mondana quanto un’arrampicata verso le vette del filosofare, come quando Emerson discute il problema abissale della tecnica, del fare e del tempo, nel saggio più rappresentativo e intenso fra questi, “Le opere e i giorni”; oppure come quando questa scrittura prende l’America del suo tempo per la coda, mettendo alla berlina le sue fisime, le sue manie, la sua anima ipertecnica e votata a forme volgarizzanti di ‘successo’ e la sua diffusa pavidità, che moltiplica le paure, tantopiù oggi, in anni di terrorismo internazionale e mediatico.La lingua di Emerson è limpida come quella di un classico latino e incisiva come un aforisma di Nietzsche o di Montaigne, tanto che in certi passi riesce a lambire il grande stile. Con questi ultimi condivide un pensare antiaccademico, errabondo, un idealismo concreto. Vista nel suo complesso, questa inedita impresa filosofica è una traversata – tentata un secolo prima di Heidegger e quando Nietzsche era un imberbe ragazzino – del pelago del nichilismo, oltre quello Schopenhauer e quel buddhismo rinunciatario la cui ombra incombeva sull’anima dell’occidente. E, se mai esisterà terraferma, Emerson sembra approdare a una sorta di nuovo rinascimento.
Ralph Waldo Emerson, Realizzare la vita. Saggi da Society and Solitude. Il Prato 2007

Anche Benigni legge Ralph Waldo Emerson

Benigni rivela: "Ecco tutti i poeti che hanno scritto la mia Tigre"
di ROBERTO BENIGNI, (23 maggio 2006)
IL TALMUD inizia a pagina 2 proprio per indicare al lettore che anche quando avrà finito di leggerlo non avrà ancora cominciato.E Machiavelli dice: ci sono persone che sanno tutto, ma questo è tutto quello che sanno. E allora perché leggere? Ma magari nel mondo, come nelle fiabe, c´è ancora qualcuno che fa una cosa che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli piccoli e che tutti ci siamo dimenticati. Che Dio ti benedica, caro lettore! Ma chi sei? Dove sei? Fatti vedere! Tu magari stai leggendo così, tranquillamente, senza renderti conto della tua unicità. Ormai gli scrittori sono molto più numerosi dei lettori e tra poco sarà lo scrittore a chiedere l´autografo al lettore, diceva Shane tanto tempo fa. Ma ora di lettori ne è rimasto solo uno: Tu. Che Dio ti conservi. Borges diceva: io non sono orgoglioso dei libri che ho scritto, sono orgoglioso dei libri che ho letto. Altri tempi. Nessuno legge più. Nemmeno i critici, i quali sostengono che se leggessero un libro per poi recensirlo ciò altererebbe il loro giudizio, sarebbero condizionati da ciò che leggono, insomma non potrebbero scrivere quello che vogliono perché anche loro giustamente vogliono soprattutto scrivere e non leggere.Forse perché siamo fatti a immagine e somiglianza del nostro Creatore. È pur vero, infatti, che anche il Padreterno non ha mai letto un libro ma ne ha scritto uno. Nel quale ci indica l´infallibile via per vivere in pace. E da come va il mondo si capisce, ancora una volta, che nessuno lo ha letto. Sì, nessuno legge più. Nemmeno i coretori di bozze (se troverai scritto correttori con una sola "R" e una sola "T", ciò ne sarà la riprova). Quindi, amato lettore, che Dio ti benedica ancora! Poiché tu stai leggendo. E una sceneggiatura, per giunta! E cos'è una sceneggiatura? Lo sceneggiatore è come lo Spirito Santo. Colui che ha soffiato nell'animo di Dio tutte le trame, gli intrecci, le battute e ha letto l'Eternità per poi scrivere quello che l'autore ha realizzato in sette giorni. E ora noi non facciamo che ripetere. Forse per questo nessuno legge più. Perché tutto è già stato detto. E anche che tutto è già stato detto è già stato detto. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole, diceva Qohélet. E allora forse bisognerà andare a vedere cosa c'è sopra il sole per trovare una novità. Ma la novità, ha detto Prévert, è la cosa più vecchia che ci sia. E allora proviamo a rinnovarci con l'avanguardia. Ma Gore Vidal ha detto che al mondo tutto cambia tranne l'avanguardia. E allora? Che fare?, come diceva Lenin. Ah! Non se ne esce. Mi verrebbe da imprecare e urlare: "Merda!" se non dovessi pagare i diritti d'autore a Cambronne. Ma tu, lettore beato, che non hai nulla da fare, puoi ben credermi se ti dico che questa sceneggiatura, figlia com'è del mio pensiero, è la più bella, la più brillante, la più geniale che si possa immaginare. Però non ho potuto sfuggire alle leggi della natura, e in natura ogni cosa ne produce un'altra simile a sé. L'autore deve soltanto giovarsi dell'imitazione; e tanto più perfetta sarà l'imitazione, tanto migliore sarà quel che scriverà (Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, I, Prologo). Addirittura Picasso ha detto: "Io non imito, copio". E allora, caro lettore, goditela questa meravigliosa sceneggiatura che, come ogni seria opera d'arte, narra la genesi della propria creazione, come dice Jakobson. Sì, perché anche noi abbiamo copiato tutto in questa sceneggiatura scritta, come direbbe Vincenzo Cerami, a quattro mani con Roberto Benigni. Ormai siamo diventati tutti come la dea Eco, quella che non sa parlare per prima, che non può tacere quando le si parla, che ripete solamente i suoni della voce che la colpisce, ha detto Ovidio. E quindi ha ragione Karl Kraus quando scrive: chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia! Ed è lo stesso Kraus a sostenere che la lingua è un sistema di citazioni. E io lo cito! Voglio fare come Henry James, che meravigliosamente ha detto: la mia mente è talmente pura che non è stata mai sporcata da un'idea. Anche Walter Benjamin sognava di pubblicare un libro interamente fatto di citazioni. "A me manca l'originalità necessaria", gli ha risposto George Steiner. Però sarebbe piaciuto perfino a lui. Infatti, subito dopo il creatore di una buona frase viene, in ordine di merito, il primo che lo cita. E anche se qualcuno può non essere d'accordo con questo pensiero di Ralph W. Emerson, come per esempio Roland Barthes che dice che non si può riprodurre ciò che è stato detto senza provare un certo senso di colpa, è pur vero che il semplice prelevamento di una citazione, la scelta nella quale la inserisco, il taglio che le dò, la trasforma e la fa diventare mia, come ha osservato Michel Butor. Altrimenti cosa farebbero autori come Paul Celan, che ha detto: "Non ho mai saputo inventare"? E tu, caro lettore, credo che sarai d'accordo con me. Anche perché le obiezioni spesso nascono dal fatto che chi le fa non è stato lui a trovare l'idea che attacca. E infatti io non ho nulla da obiettare a questa idea che ho appena esposto di Paul Valéry. Proprio per questo non mi sfiora neanche l'idea di avere delle idee, perché oltre a essere attaccati ci si mette anche nella condizione di essere citati, tanto per citare un pensiero di Jean Rostand. No, no, sono d'accordo con Morselli: voglio conoscere solo quello che so già. Soprattutto perché sono sicuro che se qualcuno oggi dice qualcosa di nuovo vuol dire che l'ha letto da qualche altra parte, ho letto in un libro di Kraus. Va bene, finisco qui perché ricordo che agli ambasciatori di Samo che avevano tenuto un lungo discorso, gli Spartani dissero: abbiamo dimenticato il principio e perciò non abbiamo capito la conclusione. Questo almeno racconta Plutarco. Il lettore mi perdonerà e sarà finalmente libero di leggere questa meravigliosa storia dove, come ha confessato il divo Eco a proposito di Il nome della rosa, non c'è una parola di mio. E con questo, caro lettore, concludo. Dio ti dia salute e non si scordi di me. Vale.P. S. L'ultima frase è ancora di Cervantes (Don Chisciotte, I, Prologo), citata da Stendhal in Il rosso e il nero.

Il viaggio di Ralph Waldo Emerson al termine della poesia

di Mario Andrea Rigoni, "Corriere della Sera", 14 gennaio 2008
I Saggi di Ralph Waldo Emerson (1803-1882) - insieme con Thoreau, Hawthorne, Melville e Whitman una delle grandi figure del cosiddetto «Rinascimento americano» - non sono certo ignoti in Italia, benché non siano neppure tanto conosciuti quanto meriterebbero. Un volume della casa editrice Moretti e Vitali, uscito nella collana diretta da Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia, offre adesso al lettore italiano l' occasione di ampliare un poco la conoscenza della teoria letteraria di Emerson riunendo, insieme al noto saggio Il Poeta, due altri, finora inediti da noi, dedicati rispettivamente al rapporto fra poesia e immaginazione e al concetto di «ispirazione». Geniale erede del romanticismo tedesco e inglese, non privo di alcune affinità di pensiero col nostro Leopardi, Emerson vede nella poesia l' essenza stessa della natura e la verità ultima dell' esperienza. Tutto il mondo, al quale il senso comune guarda come a una realtà finale, è invece una vasta rete di tropi che si colgono solo attraverso la «seconda vista» dell' immaginazione, poiché «ogni pensare è un fare analogie, e la vita si vive per imparare la metonimia». Emerson si spinge fino a un' affermazione che volentieri sottoscriviamo: logici, filosofi e critici non sono che poeti falliti. Tali e simili concetti sono illustrati nella prima parte di Rinascimento americano di F.O. Matthiessen: un classico e magnifico libro, la cui traduzione italiana, patrocinata da Cesare Pavese ed eseguita da Franco Lucentini, incomprensibilmente non si ristampa più da decenni. Mario Andrea Rigoni

R. W. EMERSON, Essere poeta, a cura di Beniamino Soressi MORETTI E VITALI PP. 104, 16 €

Ralph Waldo Emerson: società e solitudine

di Giovanni Borgognone, da “L’indice”

Romanticismo e americanismo convergono nella riflessione di Ralph Waldo Emerson, dando luogo a una sintesi per molti versi fondamentale nel plasmare il pensiero filosofico e politico statunitense del primo Novecento. È quanto emerge dalla presente raccolta di scritti. Nadia Urbinati, nell'introduzione, descrive opportunamente Emerson come modello di "intellettuale democratico" americano. In effetti, dalle pagine selezionate nel volume per il lettore italiano, affiorano quali tratti distintivi l'esaltazione dell'individuo in connessione organica con la società e la polemica nei confronti del modello europeo di intellettuale, la cui cultura viene disapprovata in quanto libresca e lontana dalla concreta vita sociale: un approccio critico non dissimile da quello sviluppato negli stessi anni dal pragmatismo statunitense. "Socialità e solitudine – dice Emerson – sono nomi ingannevoli"; l'unione delle anime è, sostanzialmente, di natura divina. Qui emerge l'ispirazione prettamente romantica della filosofia di Emerson, improntata alla ricerca dell'infinito nel finito: mentre Fichte la risolveva con l'attività del soggetto infinito, Schelling con l'assoluta indifferenza di soggettività e oggettività e Hegel con l'identità della razionalità e della realtà nella storia, il filosofo americano affronta la medesima questione rintracciando nell'individuo l'anima del tutto, l'eterno Uno, la Superanima. Non c'è barriera o confine, dunque, tra soggetto umano e Dio. Ma questa unione con Dio non nasce dagli artifizi intellettualistici, bensì dalla semplicità e dalla naturalità: in tal modo Emerson, pur riprendendo la filosofia romantica e idealistica europea, ribadisce l'anti-intellettualismo e l'antieuropeismo quali fattori fondamentali dell'americanismo.

"Condotta di vita": Ralph Waldo Emerson, Jorge Luis Borges e Nietzsche

di Gennaro Fucile, da "Quaderni d'altri tempi"

Nella prima delle cinque lezioni tenute all’Università di Belgrano (Buenos Aires), intitolata Il libro, Jorge Luis Borges affermò che: “Emerson concorda con Montaigne sul fatto che dobbiamo leggere ciò che ci piace, che un libro deve essere una specie di felicità”. La lettura dello stesso Emerson conferma la bontà di questa riflessione, essendo fonte di gioia autentica e non solo quando incontriamo il poeta. Immergersi nella sua prosa è concedersi l’autentico piacere della lettura. Non si tratta però di un puro intrattenimento formale. Questi saggi, raccolti in volume e pubblicati originariamente nel dicembre del 1860, e per la prima volta in Italia nel 1923, con il titolo La guida della vita, sono una vera miniera di intuizioni folgoranti. Lo furono anche per Friedrich Nietzsche, che lesse, studiò e metabolizzò non poco Emerson, avvicinandosi, appena diciassettenne, alla “filosofia nella vita”. Bastino, per chi ha familiarità con il filosofo della volontà di potenza, i versi che introducono al saggio intitolato Potenza: “La sua lingua aveva musicalità / e la mano aveva armata d’abilità / il suo viso era stampo della beltà / e il suo cuore trono della volontà”. Zarathustra è dietro l’angolo. Non a caso, sul legame tra i due calò, in pieno fascismo, un assordante silenzio: troppo intollerabile l’idea che proprio l’intellettuale simbolo della libertà, il filosofo della democrazia, solare, ebbro di vita, fosse il maestro occulto di quello che il Terzo Reich aveva eletto a proprio vate e filosofo di riferimento. Una singolarità di quelle che proprio Borges avrebbe amato annotare. Preziosa la ricostruzione accurata delle vicende critiche di questi saggi – nati da materiali utilizzati per una serie di conferenze tenute a Pittsburgh nel 1851 – che in postfazione compie Beniamino Soressi, cui si deve la traduzione di questi testi.




Su questi temi si vedano anche:

Singolare comune: due libri, di Friedrich Nietzsche e Ralph Waldo Emerson

APPUNTI DAL MARGINE TRA INDIVIDUI E SOCIETÀ

di Rino Genovese, "Il manifesto", 2 Luglio 2008

Il tramonto delle forme di vita comunitarie ha segnato la modernità e ha accompagnato come nodo irrisolto la democrazia. I saggi di Georg Simmel e Ralph Waldo Emerson riletti alla luce della globalizzazione I due volumi inaugurano una collana della casa editrice Diabasis dedicata a progetti di ricerca sul pensiero politico che privilegia la figura dell'essere sociale

Da dieci anni, ormai, «La società degli individui», il quadrimestrale diretto da Ferruccio Andolfi lavora - in una prospettiva filosofica, sociologica, storica - intorno alla questione forse più urgente e drammatica per qualsiasi politica che voglia dirsi di sinistra: come tenere insieme le ragioni del collettivo, della solidarietà e del legame sociale, con l'impulso alla libertà individuale, cifra caratteristica della tradizione moderna e della nostra contemporaneità. L'ultimo fascicolo della rivista (il numero 30 e di cui, per onestà recensoria, segnalo che il sottoscritto è uno dei redattori) è dedicato per esempio alla ripresa dell'idea di comunità. Non si creda, però, che il suo taglio sia di tipo «comunitarista» alla maniera americana odierna. Quella visione da liberalismo pentito di sé, alla ricerca di un radicamento territoriale - quasi un liberalismo «leghista» se mi si passa la battuta -, proprio di un certo pensiero statunitense, non fa parte del patrimonio genetico della rivista. La quale, nell'insieme, potrebbe essere piuttosto accusata dai suoi eventuali avversari di essere un periodico anarco-socialista con venature di dissenso cattolico sessantottesco.Adesso lo stesso Andolfi, con la collaborazione di Italo Testa, lancia la collana «La Ginestra. Biblioteca per un individualismo solidale» per le Edizioni Diabasis di Reggio Emilia. Si tratta di una collezione di testi agili, editorialmente ben curati, il cui scopo è rendere conto di una tradizione di pensiero sociale importante ma alquanto minoritaria nel corso degli ultimi due secoli. Un lavoro che fa tutt'uno con quello della rivista. I primi due titoli sono: Friedrich Nietzsche Nietzsche filosofo morale di Georg Simmel (pp. 128, euro 10) e Società e solitudine di Ralph Waldo Emerson (pp. 144, euro 10), il primo curato da Ferruccio Andolfi e il secondo da Nadia Urbinati.Mediocrità democraticaSimmel non è stato, come si sa, soltanto uno dei padri fondatori della sociologia, ma un filosofo a tutto tondo dal marcato accento metafisico. In questi scritti, alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano, fa i suoi conti con Nietzsche, intervenendo in un dibattito che tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento era molto acceso. Nietzsche non è per Simmel quel pensatore «immoralista» che lui stesso riteneva di essere, ma al contrario un filosofo dall'impostazione quasi kantiana, che rifiuta ogni forma di edonismo o «egoismo epicureo» per proporre una morale degli individui eccellenti, capaci di tenere sotto controllo gli impulsi e le passioni: una posizione, quella di Nietzsche, tesa ad affermare un nuovo tipo di umanità oltreumana, sottratta alla mediocrità «democratica» implicitamente connessa alla nascente società di massa ed esplicitamente annunciata dal darwinismo come trionfo del «tipo medio» a detrimento dell'individuo forte e nobile.C'è qualcosa di paradossale in questa lettura di Simmel, che pure intende sottrarre, riuscendoci, quel pensatore complesso e contraddittorio che fu Nietzsche alla vulgata che proprio in quegli anni si andava affermando. Il paradosso può essere messo in luce facendo riferimento a un kantiano molto particolare, Adolf Eichmann. Al processo di Gerusalemme (quello seguito da Hannah Arendt e di cui si possono vedere le immagini nel documentario di qualche anno fa Uno specialista), Eichmann, tra lo sconcerto generale, si dichiara discepolo di Kant e del suo «imperativo categorico». Ma come? Il criminale nazista, l'organizzatore del trasporto degli ebrei verso la «soluzione finale», seguace del più alto rappresentante dell'illuminismo tedesco? Catastrofe europeaBene, se coloro che assistevano al processo, e la stessa Arendt, avessero avuto sotto mano queste pagine di Simmel forse non si sarebbero stupiti più di tanto. L'imperativo categorico kantiano - con la rottura che propone nei confronti di qualsiasi inclinazione sensibile e di qualsiasi compassione rivolta al sofferente - ha già in sé il germe della crudeltà. Se infatti, per affermare la giustizia, il mondo può anche perire, non c'è spazio per la pietà; anzi, questa diventa un fardello da cui la morale, fondata sull'idea di giustizia, deve sbarazzarsi. E se lo slogan in cui si può riassumere l'imperativo categorico - «opera facendo in modo da trattare l'essere umano sempre come un fine, mai soltanto come un mezzo» - viene inserito nel disegno razzista di epurazione dell'umanità da quegli elementi della sua degenerazione che per i nazisti erano gli ebrei, si può allora arrivare a credere di compiere la suprema giustizia organizzando lo sterminio di massa. Il che, d'altronde, non vuol dire utilizzare l'essere umano come un mezzo, perché agli ebrei veniva negata proprio l'umanità, e anche perché distruggere gli individui in quanto appartenenti a un collettivo indistinto, a una razza, non è esattamente usarli come mezzi. È l'indurimento nello svolgimento del proprio compito l'elemento «kantiano» rivendicato da Eichmann. Ma al tempo stesso senza una morale degli individui eccellenti, che pone alcuni su un piano di superiorità rispetto ad altri, senza l'ossessione di sottrarsi al «gregge» in una società dentro cui irrompono le masse, senza l'aristocratismo disperato di chi sa che qualsiasi aristocrazia derivante dalla nascita è in via di liquidazione, non sarebbe pensabile questa paradossale forma di kantismo.L'illuminismo si rovescia nel suo contrario grazie a una mistura di Kant più Nietzsche. Il quale - sia chiaro - aveva sì mostrato la necessità per l'illuminismo di procedere a un'autocritica, ma non aveva in alcun modo predetto che si dovesse cancellare l'illuminismo stesso mediante il razzismo e l'antisemitismo, limitandosi a vagheggiare una morale dei forti.Ciò che insomma si può leggere in filigrana nelle pagine di Simmel dedicate a Nietzsche è né più né meno che l'annuncio della prossima catastrofe europea. Qualcosa che riguarda in modo precipuo il vecchio continente. Si pensi che qui la critica della cultura o della civiltà di marca conservatrice (per esempio, in uno come Ortega y Gasset) non fa distinzione tra democrazia e fascismo: entrambi sono regimi politici che conoscono al loro interno l'odiatissima massificazione, la perdita di sé dell'individuo. Questo aristocratismo di ritorno - in fondo connivente con la catastrofe - è al contrario sconosciuto negli Stati Uniti. In questo paese l'«essere di massa» è stato considerato fin da subito il banco di prova in un certo senso naturale dell'individualismo moderno: al punto che lo specifico individualismo collegato alla cosiddetta civiltà dei consumi, del cui avvento si potrà parlare in Europa solo a partire dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, sarà vissuto per lo più come un'americanizzazione del vecchio continente.Un pastore della societàPer cogliere la differenza è sufficiente sfogliare le pagine di Emerson. Come nota Nadia Urbinati nel saggio introduttivo, Emerson può essere considerato l'antesignano di una linea di pensiero che, passando per il pragmatismo di William James e Dewey, arriva fino a John Rawls e alla sua teoria della giustizia distributiva. Il punto centrale consiste qui nell'idea che ciascuno ha da essere considerato niente di più che un individuo, senza tener conto di alcuna prerogativa di nascita o di status, mentre al tempo stesso soltanto nel riconoscimento delle sue capacità entro un contesto sociale è possibile la sua autentica affermazione. In altre parole, è l'idea del cittadino democratico come ci viene da quel paese, gli Stati Uniti, che per primo pose la questione dei diritti come aspetto cruciale della convivenza civile. In Emerson, che era stato all'inizio un pastore protestante e che scrive nel cuore dell'Ottocento, si può quindi trovare la potenza per così dire sorgiva dei «padri pellegrini» che hanno fatto l'America e il suo mito.Ma, appunto, la potenza sorgiva, i cui prolungati effetti hanno sì messo al riparo nel Novecento l'America (del nord) dalla catastrofe propria della storia europea, ma la cui spinta propulsiva appare ormai interrotta e come dissipata. Si pensi anche semplicemente a com'è andato mutando il ruolo delle sette religiose: da momenti di interazione comunitaria a strumenti di propaganda ideologica attraversata da forme di fondamentalismo uguale e contrario a quello che si riscontra in altre parti del globo. Leggere Emerson oggi, respirare l'atmosfera in cui è avvolto, insieme democratica e spirituale, ci riporta a un'America che non c'è più: un po' come guardare un vecchio dagherrotipo.



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Paura e libertà (l'America, la paura e Ralph Waldo Emerson)

di Francesca Rigotti, rivista “Diogene”

Nel 1989 Judith Shklar, docente e studiosa di teoria politica dell’università Harvard, pubblicò un saggio dal titolo “Liberalismo della paura” (Liberalism of the fear), ispirato al pensiero di Montesquieu. Il titolo, non di immediata comprensione, sta a significare che il liberalismo è il principio politico che libera dalla paura.Per un liberalismo coraggiosoIl liberalismo della paura di Shklar contiene una teoria dei diritti in base alla quale il primo diritto consiste nell’essere protetti dal primo vizio, che a sua volta non è, per Shklar, la superbia bensì la crudeltà, com’ella ben spiega in Vizi comuni. Tutti i diritti, anzi, dovrebbero essere impegnati a proteggere l’uomo dalla crudeltà perché la crudeltà è il più crudele dei mali. Ispira paura e la paura distrugge la libertà.In particolare il sistema liberale deve prevenire dalla paura creata da atti di forza arbitrari, inaspettati e non necessari perpetrati dallo Stato, per esempio azioni di crudeltà, soprusi e torture eseguiti da corpi istituzionali come esercito, polizia e servizi segreti. In uno stato liberale non si dovrebbe aver paura della tortura perché la tortura non vi dovrebbe esistere, affermava Judith Shklar, mostrando, ahimé, non grande lungimiranza proprio rispetto al suo paese di adozione, gli Stati Uniti. Ma a parte il ritorno della tortura e continuando a sviluppare l’intuizione di Shklar, il liberalismo che previene dalla paura e che elimina la paura in che rapporto si pone con il coraggio?È questo il punto che vorrei affrontare, proprio a partire dalle tesi di Shklar. Esiste un liberalismo del coraggio, un liberalismo che incoraggia il coraggio oltre a prevenire dalla paura. Si può parlare, in termini di filosofia politica, di un “coraggio” del liberalismo?Per enucleare questo punto vorrei ricordare le posizioni di due autori “protoli-berali” che mi aiuteranno, per esclusione o per inclusione, a chiarire meglio la mia posizione.La donna: vile per natura?Il primo autore è Kant, nei confronti del quale si procederà per esclusione, dal momento che le sue osservazioni sul coraggio escludono tutte le donne, me compresa, dalla possibilità di esercitare e persino di conoscere la virtù del coraggio. In vari punti delle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764), come pure dell’Antropologia da un punto di vista pragmatico (1798), il filosofo di Koenigsberg esprime chiaramente le proprie considerazioni, pur non dedicando in alcuna delle due opere una trattazione particolare al coraggio. Kant non soltanto attribuisce le passioni, bassamente valutate, al sesso femminile, e il ben più elevato intelletto (Verstand) al sesso maschile; Kant in più assegna in toto i sentimenti connotati negativamente e passivamente alle donne, le emozioni attive e positive agli uomini. Se le donne hanno sentimenti (Gefühle), gli uomini abbiano intelletto (Verstand). Anzi, un intelletto profondo e accurato per le cose gravi, importanti e sublimi; alle donne si addice il leggero e superficiale sentimento del bello, del grazioso, del morbido e piccolo. Nell’ambito della distribuzione secondo il sesso, i due membri della coppia paura/coraggio spetteranno, ça va sans dire, alle donne la prima, agli uomini il secondo, anche perché il coraggio sarebbe per Kant una virtù razionale, che si avvicina dunque all’intelletto; la paura, un sentimento passionale.Se proprio vogliamo trovare qualche traccia di coraggio nella donna la individueremo, spiega Kant nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, nel coraggio di seguire il proprio uomo nella miseria o di sopportare con lui disgrazie e fallimenti. Con pazienza, già che la pazienza sì, è femminile, insiste Kant; il coraggio, è maschile.E tutto ciò senza che da parte di Kant vengano spese molte parole per motivare la naturale disposizione della femmina alla paura (Ängstlichkeit), anche se una breve spiegazione di ordine antropologico viene concessa: la paura della donna garantisce la riproduzione della specie in quanto l’espressione di tale “naturale debolezza che pertiene al suo sesso” risveglia nel maschio i suoi altrettanto naturali caratteri di forza e di protezione. Anzi, in un crescendo di argomenti denigratori, si sostiene da parte di Kant che se la donna avesse la forza e il coraggio di difendersi da sola non avrebbe bisogno dell’uomo, che ama nella donna proprio queste debolezze e carenze. Il coraggio è contagiosoSappiamo che Kant non era ancora completamente liberale, benché molte delle sue intuizioni e teorizzazioni in campo etico siano state accolte nella teoria liberale moderna, in particolare nella versione egualitaria elaborata da John Rawls e basata precisamente sui principi della morale kantiana. Rivolgiamoci quindi a un filosofo successivo, nato e cresciuto negli USA, culla della democrazia moderna, Ralph Waldo Emerson, le cui osservazioni sul coraggio includeremo invece nella nostra storia. Definire Emerson liberal-democratico è senza dubbio eccessivo, oltre che antistorico. Eppure anch’egli costituì un importante ambito di riferimento per molti filosofi liberali successivi.In una conferenza tenuta nel 1859 davanti alla società dell’attivista antischiavista Theodore Parker, Emerson si soffermò a parlare del coraggio presentandolo come una delle qualità che in maggior misura suscitano la meraviglia e la reverenza dell’umanità, insieme al disinteresse e alla potenza pratica.La definizione di Emerson dice che il coraggio “è lo stato sano e giusto di ogni uomo, quando è libero di fare ciò che per lui è costituzionale fare”. Quello “stato di ogni uomo” potrebbe far nuovamente pensare al coraggio come virtù esclusivamente virile, e in effetti tutti gli esempi di coraggio come “volontà perfetta che nessun terrore può scuotere” sono maschili, da Leonida a Cesare, a Nelson, Napoleone etc. Eppure, anche la “timida donna”, di fronte a situazioni estreme, non teme il dolore, sostiene Emerson, e mostra il proprio coraggio quando ama un’idea più di ogni altra cosa al mondo, provando letizia “nella solitaria adesione al giusto”. Persino la donna “non teme le fascine che la bruceranno; la ruota torturatrice non le fa spavento”.La paura infatti, prosegue Emerson argomentando in maniera davvero originale e insolita, è superficiale e illusoria quanto lo è il dolore fisico che alla fine, dopo il primo tormento, diventa quasi impercettibile. La paura è superabile quando si è all’altezza del problema che ci sta dinnanzi. È tanto più sormontabile quanto più si comprende precisamente il pericolo. L’antidoto alla paura è la conoscenza; la conoscenza toglie la paura dal cuore, dà coraggio e il coraggio è contagioso. Possono aiutarci dunque queste considerazioni filosofico-letterarie a individuare, se esiste, e se esiste in che cosa consiste, il “coraggio del liberalismo”? Paura e liberalismoBenché l’amore per la democrazia sia considerato una passione grigia, fredda e pacata e il liberalismo sia ritenuto una teoria politica ragionevole e tranquilla, ben lontana dall’infiammare gli animi e spingere la gente sulle barricate, il liberalismo sarebbe impensabile senza il coraggio: tant’è che alcune posizioni contemporanee che propongono di sacrificare la libertà alla sicurezza per preservare dalla paura, non dei soprusi istituzionali come pensava Shklar, bensì degli attacchi terroristici e criminali, finiscono per snaturare i caratteri fondamentali del liberalismo, soprattutto nella versione, cui mi rifaccio, del liberalismo egualitario.Gli ideali di libertà del filosofo Isaiah Berlin sono radicati nel senso di autonomia, del darsi da sé le proprie leggi senza aspettare sostegni e suggerimenti dall’esterno, nemmeno da precetti religiosi. Non voglio dire con ciò che un autore liberale rifiuta l’idea di un Dio legislatore in campo morale: la sua presenza o assenza è però indifferente rispetto all’autonomia e alla libertà degli uomini. Certo che esistono società politiche dove la separazione tra Stato e Chiesa è netta eppure la fede religiosa è molto diffusa, come gli Stati Uniti. Ma la presenza della fede religiosa in ambito politico, economico o scientifico non è certo palpabile o determinante, ed è proprio questo che definisce “secolari” tali società. Il liberalismo non ha bisogno di fondamenti divini né di richiami alla trascendenza, benché possa convivere in spirito di tolleranza con persone che a essi si richiamano purché queste non interferiscano con le sue iniziative; il liberalismo dovrebbe mantenere un atteggiamento di perfetta neutralità rispetto alle credenze, fedi e opinioni religiose e areligiose. E di fatto il liberalismo ha svolto un’utile opera di smussamento di alcune punte delle chiese, che hanno dovuto mutare in parte le loro idee, per esempio nei confronti della sottomissione sessuale, per sostenere il consenso politico alla riforma liberale.Ma il seguire il proprio cammino in autonomia da norme divine richiede coraggio. Che tipo di coraggio? C’è un ideale di coraggio simile a quello dello stoicismo che ispira l’idea del bene senza garanzie di successo, anzi, con la certezza del fallimento totale; non soltanto nel senso che un universo indifferente spazzerà via alla fine l’intero operato dell’umanità, ma anche nel senso che non si riconosce una speranza trascendente al di là della storia. Tocchiamo qui l’altezza pura della moralità umana, autonoma e autofondata, completamente devota al bene e al giusto. Non è l’autogiustificazione di Nietzsche che deliberatamente respinge l’egualitarismo, la democrazia, la filantropia e il bene di tutti. L’umanesimo liberale che ha il coraggio di definirsi tale valorizza la capacità di autonomia che pensa l’uomo come la fonte delle sue rappresentazioni e dei suoi atti. Paura e libertàUno degli eroi precursori di questa storia è sicuramente Ugo Grozio, rappresentante della tradizione giusnaturalista che vede le relazioni umane come regolate dalla “legge naturale”, cioè da leggi morali vincolanti che pongono condizioni normative etsi Deus non daretur, anche se Dio non esistesse. Altri eroi ne sono lo scrittore Camus, con la sua posizione “ellenistica” che esalta la sapienza di vita nell’immediato e non nel lontano; Isaiah Berlin e poi Judith Shklar, teorici e seguaci di un liberalismo negativo che pratica la filantropia, evita la sofferenza, lotta contro l’oppressione e considera il valore più alto il liberalismo che preserva dalla paura e invita al coraggio.Il coraggio mostrato dai re indiani conquistati dai predoni spagnoli, quel loro invincibile coraggio che consisteva nel dignitoso rifiuto di compiacere i loro conquistatori; come pure il coraggio dei poveri, dei contadini francesi dell’epoca di Montaigne che mostravano questa loro virtù vivendo rassegnati e morendo senza scalpore, anche queste per Montaigne-Shklar sono forme di coraggio.Il coraggio di darsi autonomamente norme e regole, per contratto, per consenso, dopo dialogo e deliberazione, è diventato una delle cifre della modernità e della secolarizzazione. È il coraggio di stabilire standard per una vita buona che ha senso soltanto finché ci saranno umani, ma che non vale soltanto per gli umani bensì anche, per esempio, nelle nuove frontiere della giustizia di Martha C. Nussbaum, per gli umani disabili e per gli animali non umani, troppo spesso presi in considerazione per carità e compassione e non per giustizia. Mentre i doveri verso prossimi e lontani, umani e non umani, abili e disabili sono, per il coraggio del liberalismo, doveri di giustizia e non di carità, di rispetto e riconoscimento di dignità, non di amore né ammirazione.

Una versione più estesa di questo saggio è comparsa sulla rivista ParadoXa, n.1, 2008.