Ralph Waldo Emerson non ebbe in sorte di lasciarci versi memorabili – malgrado ciò, lo Spirito della poesia si espresse attraverso di lui per altre strade. Bostoniano, filosofo, grande conferenziere, oratore e saggista, ex pastore della
Chiesa Unitariana, da cui si staccò per dedicarsi alla predicazione solitaria e itinerante, Emerson è considerato ancor oggi una delle figure centrali del cosiddetto «Rinascimento americano» - gli anni e la temperie
sono i medesimi di Melville, di Hawthorne, di Thoreau, di Whitman. Moretti&Vitali, nella collana «I volti di Hermes», diretta dal parmigiano Paolo Lagazzi e da Giancarlo Pontiggia, ha appena pubblicato, per la cura di Beniamino Soressi, «Essere poeta», tre saggi, due dei quali finora inediti in italiano (si tratta dei bellissimi e suggestivi «Poesia e immaginazione» e «Ispirazione»), in cui il lettore troverà precipitato il nucleo di immagini che ha alimentato, nei quasi ottant’anni della sua esistenza (1803-1882), la mente di Emerson. Folte di sterminate letture da Omero e Platone ai lirici e tragici greci ai latini a Dante, Milton, Shakespeare, Cervantes, Montaigne, Rabelais, fino agli amatissimi romantici inglesi e ai testi sacri dell’India e della Persia, Emerson crede, con l’amatissimo Swedenborg, che il mondo non sia altro che una costru
zione dell’Anima. Tutto è Bellezza, perché l’Anima del Mondo è Bellezza; e tutte le cose, anche le più lontane e divergenti fra loro, partecipano – giacché ne sono incarnazione – di questa Bellezza. Così, non si dà alcuna differenza fra le cose, e fra le parole e le cose. Se tale è lo sfondo, il poeta apparirà dunque come colui che coglie e traduce in versi queste infinite relazioni,ritrovando nel Tutto una fittissima rete di simboli o analogie o metonimie. La Natura è essa stessa, in primo luogo, simbolo dell'Anima: ogni cosa sarà pertanto collegata per infinite vie alle infinite altre. Ma appunto: solo il Poeta riesce a vedere e a esprimere (“metricamente”, e nel gioco nobilmente infantile delle rime) queste relazioni. Ove l’uomo comune si ferma al dato sensibile, l’immaginazione del Poeta si eleva sopra la bruta e insignificante nudità del fatto (“i fatti”, sentenzierà poi un emersoniana sui generis come Nietzsche, “sono sempre stupidi”): si fa puro sguardo che penetra nello sterminato reticolo delle relazioni, e volge ogni impressione in espressione. Solo in tal modo potremo renderci conto e divenire profondamente parte della stessa Sostanza divina del Mondo: solo in tal modo, come avrebbe intuito, dall’altra parte del mondo, il reverendo G
erald Manley Hopkins, potremo bruciare fino in fondo – ossia fino al rovesciamento supremo dell'estasi – del suo stesso, indimenticabile e incancellabile, Fuoco. E non vi è alcuna libertà in questo: solo la felice obbedienza alle figure ai ritmi che la Natura ci detta. Così è qui, in questi saggi che raccontano l'essenza della poesia, che Emerson trova la sua autentica voce di poeta: ogni riga e bagnata dalla luce, morbida e necessaria, della Bellezza: ogni immagine risponde a un'altra immagine o a infinite altre immagini: ogni ritmo si adegua all'ebbro, incessabile ritmo della Bellezza e dell'Anima.Anche laddove qualcuno veda soltanto abbrutimento, distacco delle cose dall'armonia divina che le ha generate (erano gli anni in cui le stimmate della rivoluzione industriale cominciavano a sfregiare il «paesaggio» ), il Poeta rinsalda le cose alla natura e al Tutto, «rinsaldando persino le cose artificiali, e le violazioni della natura, alla natura stessa, tramite un’intuizione più profonda». Oggi, 150 anni dopo Emerson, questa fiducia meravigliosamente ingenua nella necessaria relazione di tutte le cose sembra essere andata irrimediabilmente in frantumi. Abitiamo un mondo in cui il simbolico ci si mostra umiliato, degradato, cancellato, letteralmente sfigurato. I miti, oggi, sono perlopiù fenomeni da baraccone. Tutto ci appare irrelato Ma basta che qualcuno cominci a modulare, nella sua voce, nei suoi versi, anche soltanto questa stessa lacerazione, che il vecchio fuoco riprende a bruciare. Questo fuoco ci indica chi simboli sono ancora lì, pronti a essere colti e cantati sotto la cenere che li ha ricoperti: che la nostra anima forse non è ancora diventata cieca e non si è spenta: che fare poesia può essere ancora, malgrado tutto, fare anima.

La nuova traduzione di una delle sue opere fondamentali (Condotta di vita, introduzione di Giorgio Mariani, traduzione e cura di Beniamino Soressi, Rubbettino Editore, 309 pagg., 24 euro) ha il merito di riproporre al lettore italiano l’importanza di un pensatore che appartiene al ristretto novero di quegli scrittori (tra cui Hawthorne, Melville, Thoreau, Whitman, che nei primi anni Cinquanta del Diciannovesimo secolo rappresentarono ciò che è stato chiamato il “Rinascimento Americano”.
Egli tentata una mediazione, di fatto ben riuscita, fra un pragmatismo che vuole risolvere i problemi dell’esistenza concreta senza farsi troppo imbrigliare dalle prescrizioni morali e un eticismo che prospetta soluzioni pratiche avendo come riferimento costante i principi morali. La via mediana di Emerson è una filosofia pratica che trae insegnamento sia dalle situazioni della vita sociale sia dalle riflessioni della metafisica, che cerca di conservare un difficile equilibrio fra l’accettazione della potenza naturale e l’esigenza di miglioramento dell’essere umano, come pure fra onnipotenza divina e scelte umane. Il suo è un universo dinamico, il cui movimento è dato dalla tensione fra forze contrapposte (fato e volontà, natura e cultura, pietas e violenza, ecc.), un universo in cui si fondono l’elemento tragico e quello armonico. Sul piano gnoseologico, egli medita nel solco del binomio tracciato da Goethe: “poesia e conoscenza”, poesia come conoscenza, come metafisica: “la poesia è il perpetuo sforzo di esprimere lo spirito della cosa e cercare la ragione che ne causa l’esistenza”. E, come Hölderlin, ritiene che la poesia sia il fondamento del mondo: “ciò che resta, lo fondano i poeti”, recita infatti il verso hölderliniano. Un tributo al di sopra di ogni sospetto alla grandezza del pensatore americano venne da Nietzsche. Nonostante nel 1876 consideri le ultime opere di Emerson come frutto di un pensatore “alquanto invecchiato e troppo innamorato della vita”.







