domenica 12 luglio 2009

Nell’anima del mondo: Ralph Waldo Emerson

Di Stefano Lecchini, “La Gazzetta di Parma”, 25 gennaio 2008

Emerson, il pensatore americano che esaltò la poesia come forza della natura. “Essere poeta” compendia suggestivamente le sue vitalistiche concezioni. Due dei tre saggi contenuti nel volume non erano mai stati tradotti in italiano

Ralph Waldo Emerson non ebbe in sorte di lasciarci versi memorabili – malgrado ciò, lo Spirito della poesia si espresse attraverso di lui per altre strade. Bostonia­no, filosofo, grande conferenziere, oratore e saggista, ex pastore della
Chiesa Unitariana, da cui si staccò per dedicarsi alla predicazione solitaria e itinerante, Emerson è considerato an­cor oggi una delle figure centrali del cosiddetto «Rinascimento america­no» - gli anni e la temperie sono i medesimi di Melville, di Hawthorne, di Thoreau, di Whitman. Moretti&Vitali, nella collana «I volti di Hermes», diretta dal parmigiano Paolo Lagazzi e da Giancarlo Pontiggia, ha appena pubblicato, per la cura di Beniamino Soressi, «Essere poeta», tre saggi, due dei quali finora inediti in italiano (si tratta dei bellissimi e suggestivi «Poe­sia e immaginazione» e «Ispirazio­ne»), in cui il lettore troverà precipi­tato il nucleo di immagini che ha ali­mentato, nei quasi ottant’anni della sua esistenza (1803-1882), la mente di Emerson. Folte di sterminate letture ­da Omero e Platone ai lirici e tragici greci ai latini a Dante, Milton, Sha­kespeare, Cervantes, Montaigne, Rabelais, fino agli amatissimi romantici ­inglesi e ai testi sacri dell’India e della Persia, Emerson crede, con l’amatissimo Swedenborg, che il mondo non sia altro che una costruzione dell’Anima. Tutto è Bellezza, perché l’Anima del Mondo è Bellezza; e tutte le cose, anche le più lontane e divergenti fra loro, partecipano – giacché ne sono incarnazione – di questa Bellezza. Così, non si dà alcuna differenza fra le cose, e fra le parole e le cose. Se tale è lo sfondo, il poeta apparirà dunque come colui che coglie e tra­duce in versi queste infinite relazioni,
ritrovando nel Tutto una fittissima re­te di simboli o analogie o metonimie. La Natura è essa stessa, in primo luo­go, simbolo dell'Anima: ogni cosa sa­rà pertanto collegata per infinite vie alle infinite altre. Ma appunto: solo il Poeta riesce a vedere e a esprimere (“metricamente”, e nel gioco nobilmente infantile delle rime) queste relazioni. Ove l’uomo comune si ferma al dato sensibile, l’immaginazione del Poeta si eleva sopra la bruta e insignificante nudità del fatto (“i fatti”, sentenzierà poi un emersoniana sui generis come Nietzsche, “sono sempre stupidi”): si fa puro sguardo che penetra nello sterminato reticolo delle relazioni, e volge ogni impressione in espressione. Solo in tal modo potremo renderci conto e divenire profondamente parte della stessa Sostanza divina del Mondo: solo in tal modo, come avrebbe intuito, dall’altra parte del mondo, il reverendo Gerald Manley Hopkins, potremo bruciare fino in fondo – ossia fino al rovesciamento supremo dell'estasi – del suo stesso, indimenticabile e incancellabile, Fuoco. E non vi è alcuna libertà in questo: solo la felice obbedienza alle figure ai ritmi che la Natura ci detta. Così è qui, in questi saggi che raccontano l'essenza della poesia, che Emerson trova la sua autentica voce di poeta: ogni riga e bagnata dalla luce, morbida e necessaria, della Bellezza: ogni immagine risponde a un'altra immagine o a infinite altre immagini: ogni ritmo si adegua all'ebbro, incessabile ritmo della Bellezza e dell'Anima.
Anche laddove qualcuno veda soltanto abbrutimento, distacco delle cose dall'armonia divina che le ha generate (erano gli anni in cui le stimmate della rivoluzione industriale cominciavano a sfregiare il «paesaggio» ), il Poeta rinsalda le cose alla natura e al Tutto, «rinsaldando persino le cose artificiali, e le violazioni della natura, alla natura stessa, tramite un’intuizione più profonda». Oggi, 150 anni dopo Emerson, questa fiducia meravigliosamente ingenua nella necessaria relazione di tutte le cose sembra essere andata irrimediabilmente in frantumi. Abitiamo un mondo in cui il simbolico ci si mostra umiliato, degradato, cancellato, letteralmente sfigurato. I miti, oggi, sono perlopiù fenomeni da baraccone. Tutto ci appare irrelato Ma basta che qualcuno cominci a modulare, nella sua voce, nei suoi versi, anche soltanto questa stessa lacerazione, che il vecchio fuoco riprende a bruciare. Questo fuoco ci indica chi simboli sono ancora lì, pronti a essere colti e cantati sotto la cenere che li ha ricoperti: che la nostra anima forse non è ancora diventata cieca e non si è spenta: che fare poesia può essere ancora, malgrado tutto, fare anima.

Diventa chi sei di Emerson

A cura di Stefano Paolucci, pp. X-147, 2005
L. 24.203 € 12,50
ISBN 88-7989-862-0

Ralph Waldo Emerson è stato assai più che un importante pensatore: è stato tra i fondatori dell’identità della nuova America. Padre del trascendentalismo americano, ha influenzato con la sua filosofia «ottimistica» scrittori come Henry D. Thoreau, autore del celebre Walden. Pochi come lui hanno avuto un influsso così vasto sul modo d’essere, sui valori e sullo stile di vita di un intero popolo.«Diventa chi sei» è il messaggio grandiosamente semplice che Ralph Waldo Emerson non si stancò mai di annunciare, e che rappresenta il filo conduttore di questi tre brevi saggi, sintesi efficacissima del suo pensiero, finalmente riproposti ora in traduzione italiana. Se con Fiducia in se stessi, autentica pietra angolare trascendentalista, Emerson ci esorta innanzitutto a riscoprire le risorse incommensurabili dell’individuo, con Compensazione mette nero su bianco la «bella eppur severa» realtà divina della Legge degli opposti-e-complementari che governa ogni cosa, senza il cui riconoscimento qualsiasi tentativo di evoluzione spirituale sarebbe vano. Completa il triangolo Leggi spirituali, naturale «espansione» dei concetti espressi in Fiducia in se stessi.La nuova traduzione dei saggi è arricchita da una bio-bibliografia sull’autore e da un saggio critico di Stefano Paolucci, membro della Ralph Waldo Emerson Society e della Thoreau Society.

Ralph Waldo Emerson, il poeta della conoscenza

Gli editori italiani riscoprono il padre del “Rinascimento americano”
Di Renato Cristin, da "Liberal", estate 2008.

Ralph Waldo Emerson (1803-1882), che Nietzsche definì “il pensatore più ricco di idee del secolo”, è uno dei pilastri della filosofia americana e rappresenta una versione che potremmo definire non-analitica di quel pragmatismo che l’ha in gran parte determinata. La nuova traduzione di una delle sue opere fondamentali (Condotta di vita, introduzione di Giorgio Mariani, traduzione e cura di Beniamino Soressi, Rubbettino Editore, 309 pagg., 24 euro) ha il merito di riproporre al lettore italiano l’importanza di un pensatore che appartiene al ristretto novero di quegli scrittori (tra cui Hawthorne, Melville, Thoreau, Whitman, che nei primi anni Cinquanta del Diciannovesimo secolo rappresentarono ciò che è stato chiamato il “Rinascimento Americano”.

Insieme ad altre due recenti e meritorie pubblicazioni (Essere poeta, a cura di B. Soressi, Moretti & Vitali Editori, 103 pagg., 16 euro, Società e solitudine, a cura di Nadia Urbinati, Edizioni Diabasis, 137 pagg., 10 euro), quest’opera può rimediare a una lacuna di ricezione. Infatti, la figura di Emerson è stata poco valorizzata in Italia, sia perché del pensiero americano si è privilegiato il filone in cui si è mosso il pragmatismo, sia perché si è riduttivamente inteso il pensiero di Emerson come una forma di trascendentalismo derivato da quello tedesco e quindi di spessore inferiore all’originale. Tutt’altra è invece la verità su questo pensatore dall’energica visione metafisica e dal dirompente vigore letterario, che amava definirsi in primo luogo come “poeta”.

Egli tentata una mediazione, di fatto ben riuscita, fra un pragmatismo che vuole risolvere i problemi dell’esistenza concreta senza farsi troppo imbrigliare dalle prescrizioni morali e un eticismo che prospetta soluzioni pratiche avendo come riferimento costante i principi morali. La via mediana di Emerson è una filosofia pratica che trae insegnamento sia dalle situazioni della vita sociale sia dalle riflessioni della metafisica, che cerca di conservare un difficile equilibrio fra l’accettazione della potenza naturale e l’esigenza di miglioramento dell’essere umano, come pure fra onnipotenza divina e scelte umane. Il suo è un universo dinamico, il cui movimento è dato dalla tensione fra forze contrapposte (fato e volontà, natura e cultura, pietas e violenza, ecc.), un universo in cui si fondono l’elemento tragico e quello armonico. Sul piano gnoseologico, egli medita nel solco del binomio tracciato da Goethe: “poesia e conoscenza”, poesia come conoscenza, come metafisica: “la poesia è il perpetuo sforzo di esprimere lo spirito della cosa e cercare la ragione che ne causa l’esistenza”. E, come Hölderlin, ritiene che la poesia sia il fondamento del mondo: “ciò che resta, lo fondano i poeti”, recita infatti il verso hölderliniano. Un tributo al di sopra di ogni sospetto alla grandezza del pensatore americano venne da Nietzsche. Nonostante nel 1876 consideri le ultime opere di Emerson come frutto di un pensatore “alquanto invecchiato e troppo innamorato della vita”.

Nietzsche gli ha sempre riconosciuto un forte influsso genealogico sul proprio pensiero, in particolare per quanto riguarda la nozione di volontà di potenza, ritrovando nel filosofo americano quella visione eroica dell’esistenza (“tutte le gesta che han fatto la nostra civiltà erano i pensieri di poche buone menti”, scrive Emerson) che dovrebbe portato alla delineazione nietzschiana dell’übermensch, dell’uomo che trascende i propri limiti per affermarsi nella sua superiorità rispetto sia alla natura sia alla cultura (il caso ha voluto che Emerson morisse nell’anno in cui Nietzsche pubblicata la Gaia scienza). Ma pur essendo un sostenitore dell’aristocrazia spirituale (le masse sono una “calamità” e non devono “essere lusingate ma ammaestrate”), Emerson fu nel contempo un paladino della democrazia sociale. Egli ha teorizzato senza reticenze la tensione dell’uomo verso la potenza individuale e generale, ma fu anche colui che Dewey chiamò “il filosofo della democrazia”.

Recupera la concezione elitaria di Carlyle, secondo cui la storia viene costruita dalle personalità eccezionali, ma la disloca entro una dinamica in cui gli eroi diventano “uomini rappresentativi”, in cui la pura autorità diventa autentica autorevolezza e in cui non ci sono distinzioni né di censo né di razza (celebre fu la sua battaglia per l’abolizione della schiavitù). In questa formale parità di condizioni, chiunque può eccellere, diventare eroe e, quindi, fare la storia. La dura ma feconda tensione tra aristocrazia e democrazia trova un’efficace composizione nella sua visione del capitalismo.

Emerson concepisce in chiave sia economica sia spirituale e in senso eticamente positivo quel modo di produzione che, proprio negli stessi anni (del 1857 è il saggio “per la critica dell’economia politica”, del ’67 la pubblicazione del Capitale), Marx denunciava come l’oppressione dell’uomo sull’uomo e, quindi, come negazione della libertà. Oppositore implicito del marxismo e, quindi, del comunismo prima ancora che esso si manifestasse pienamente, egli replica alla dottrina pauperistica e all’utopia socialistica di Thoreau sostenendo che l’uomo non deve accontentarsi “di una capanna e una manciata di piselli secchi”, e le contrappone una precisa teoria della ricchezza: “l’uomo è nato per essere ricco”, perché la ricchezza implica libertà e felicità. La “domanda di ricchezza” è dunque legittima e, in quanto legata alla ricerca della felicità, necessaria allo sviluppo dell’individuo e dell’umanità. Liberista (“la base dell’economia politica è la non interferenza”) ma non naturalista né tanto meno positivista (dobbiamo liberare il desiderio e “rispettare i fini mentre usiamo i mezzi”), egli ritiene che le virtù del capitalismo siano intrinseche alla crescita del genere umano, perché “la vera prosperità consiste nello spendere sempre su un piano più elevato; nell’investire e investire, così da poter spendere in creazione spirituale”. Perciò “l’uomo dev’essere capitalista”, perché l’accumulazione non è solo sedimentazione economico-materiale, ma accrescimento della potenza, forma primaria dello sviluppo dello spirito. Il reinvestimento degli introiti ha un senso metafisico, perché significa “raccogliere il particolare nel generale”. Il capitale dunque è “forza e spiriti animali”, ma anche “immaginario e pensiero”, come pure “coraggio e perseveranza”.

Quello che oggi in Occidente viene chiamato il capitale immateriale era già stato delineato da Emerson come finalità della crescita: “questo è l’autentico interesse composto; questo è capitale centuplicato; l’uomo elevato alla sua più alta potenza”. In questo senso va intesa la sua esaltazione della forza dei Sassoni e della loro superiorità nell’anima del capitalismo (“da un migliaio d’anni la razza dirigente, per la qualità della loro indipendenza personale e per l’indipendenza economica”). Ma il più germanico dei filosofi statunitensi è al tempo stesso uno dei fondatori dello spirito americano. Due dei caratteri fondamentali di quello spirito – la ricerca della felicità e della ricchezza come finalità dell’agire umano, e la ricerca della sintesi fra individuo e società – sono infatti elaborati ed espressi da Emerson in modo insuperabile.

venerdì 10 luglio 2009

Ralph Waldo Emerson. Anticipatore di Nietzsche, ci aiuta a capirlo meglio

di Gianni Vattimo
(da La Stampa, 25 maggio 2003)

QUANDO, nei giorni più bui della recente crisi dell'Iraq (e dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa), abbiamo cercato di ripensare alla «America che amiamo», e che non si potrebbe mai confondere con i «falchi» di Bush, un nome che ci è venuto in mente è stato quello di Ralph Waldo Emerson. Uno spirito amico di altri grandi americani autentici come Henry David Thoreau o Walt Whitman. Uno che, nelle prime pagine dei suoi famosissimi Saggi (1841-44), ci viene incontro con una rivendicazione di libertà («Chiunque vuol essere un uomo deve essere non conformista») assai poco in armonia con la progressiva militarizzazione a cui la lotta al terrorismo sta costringendo la società statunitense.
Già, si potrebbe osservare, ma come mai allora Nietzsche, ritenuto il profeta del nazismo e di tutte le ideologie violente del Novecento, lo considerava così affine a sé da non poterne nemmeno parlare per lodarlo, tanto vi si identificava? Certo, anche Nietzsche faceva del non conformismo (peraltro più teorizzato che praticato, nella sua vita di professore precocemente in pensione) una bandiera. Ma, come ha osservato Richard Rorty che è anche uno dei più coerenti eredi dello spirito emersoniano, Nietzsche amava Emerson soprattutto in quanto teorico della creatività individuale, così accentuata da prendere spesso la forma di un individualismo anarchico, mentre non ne condivideva certo l'impegno per l'abolizione della schiavitù e per una politica in generale «progressista»

Tuttavia, l'affinità con Emerson, che Nietzsche rivendicava così intensamente, può aiutare sia a capire meglio certi tratti meno «nazisti» del suo pensiero, sia certe contraddizioni dell'individualismo con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti.
Ciò che Nietzsche chiamava (senza spiegarlo tanto) l'eterno ritorno dell'uguale, si può ben leggere come la fede emersoniana nella «grande anima» (o «superanima»), l'idea cioè che ogni individuo porti in sé, e metta in gioco nelle sue decisioni imprevedibili, il tutto dell'essere. Non c'è un senso già dato nell'essere, sicché siamo liberi; ma quello che facciamo è anche sempre espressione della nostra appartenenza a questo tutto.
Romanticismo, eredità dell'idealismo, ma anche pragmatismo (la verità è quella che riusciamo a «fare»), sono una versione, anzi un'anticipazione, americana del pensiero di Nietzsche che forse può aiutarci a guardare a lui con meno sospetto. Naturalmente, a patto che anche Emerson non venga tradito da qualche forma di rigurgito «nietszchiano» nei suoi illegittimi eredi.




Su questi temi si vedano anche:

L’ombra di Ralph Waldo Emerson influenzò Nietzsche

Torna il classico «Condotta di vita»

di Paola Capriolo (Corriere della Sera, 09.09.2008)

Non più tradotta in Italia dal 1923 e ora riproposta in una nuova edizione a cura di Beniamino Soressi (Rubbettino, pp. 310, e 24), Condotta di vita di Ralph Waldo Emerson occupa una posizione di particolare rilievo non solo nella bibliografia del suo autore, ma nella storia del pensiero: quest’opera pubblicata nel 1860 dal padre del trascendentalismo americano ebbe infatti la ventura di capitare tra le mani di un diciassettenne tedesco di nome Friedrich Nietzsche e di esercitare un notevole influsso sulle sue prime speculazioni filosofiche. Influsso che, secondo Soressi, rimarrebbe determinante anche per il Nietzsche maturo, le cui teorie troverebbero nelle pagine di Emerson anticipazioni significative.
In effetti, le affinità saltano agli occhi: nei saggi scintillanti di humour e vibranti di accensioni poetiche che compongono Condotta di vita non è difficile veder prefigurate molte tra le idee più caratteristiche del grande filosofo di Sils Maria, da quell’eroico amor fati di cui egli avrebbe fatto anni dopo la sua divisa, alla dottrina del superuomo («Questi milioni li chiamiamo uomini, ma non lo sono ancora. Interrato per metà, scalpitando per esser libero, l’uomo ha bisogno di tutta la musica che si può portargli per estrarlo»), sino al disprezzo delle masse o alla diffidenza per la compassione intesa come forza frenante e ostacolo allo sviluppo. Ma soprattutto, ad accomunarli è la tesi fondamentale che la vita sia «una ricerca della potenza», e che la legge di questa potenza consista nel tendere al proprio infinito accrescimento.
Sarà perché dalle due sponde dell’Atlantico entrambi descrivono lo stesso mondo, quello della tecnica, della modernità giunta al suo pieno dispiegamento, della rivoluzione industriale che proprio allora andava incontro a una vertiginosa accelerazione; ed entrambi possono essere considerati come interpreti, cantori, «giustificatori» filosofici di questo mondo. Nietzsche in modo più sottile e costantemente venato di ambiguità regressive; Emerson con una rude schiettezza tutta americana, come dimostra la sua esaltazione quasi candida della ricchezza, della corsa al profitto, di quella razza di uomini «arditi e duri», traboccanti di un sovrappiù di energie, che hanno «teste piene di martelli a vapore, pulegge, manovelle e ruote dentate» e grazie ai quali «ogni cosa inizia a risplendere di valori».
Qui però le analogie finiscono per lasciare il posto alla più abissale differenza, perché Emerson, pur proclamando che la potenza «non si veste di satin» e tende a calpestare con libertà selvaggia tutti i nostri pregiudizi di uomini civilizzati, non ha il minimo dubbio che essa finirà col trovarsi «in armonia con le leggi morali ». Ai suoi occhi di strenuo conciliatore il male stesso è semplicemente «il bene nel suo farsi», e nonostante ogni apparenza contraria «l’ordine e la sincerità dell’Universo sono assicurati da Dio, che delega la sua divinità ad ogni particella ». Insomma, Emerson è uno degli ultimi e a tratti dei più ingenui epigoni di quella visione risalente a Platone secondo la quale l’universo si dice cosmos e non acosmía, ordine e non caos, mentre l’importanza cruciale di Nietzsche nella storia del pensiero sta precisamente nell’aver respinto con determinazione tale antichissimo presupposto.
Da questa antitesi essenziale discendono tutte le altre, compresa l’opposta collocazione politica dei due pensatori: «reazionario » Nietzsche, decisamente progressista Ralph Waldo Emerson, tanto da battersi contro la schiavitù schierandosi al fianco degli abolizionisti e da venir considerato dalla posterità come «il filosofo della democrazia». Se il primo ci inquieta, dalla lettura del secondo si esce, almeno nelle sue intenzioni, profondamente rassicurati, e se l’uno parlerà sempre al cuore di tutti gli apocalittici, dall’altro trarranno conforto quanti si ostinano a sperare ancora nell’inevitabile trionfo del bene.




Su questi temi si vedano anche:

La democrazia delle visioni. Tre saggi sull’“essere poeta” di Ralph Waldo Emerson

di Valerio Massimo De Angelis, “Il Manifesto”, 15 marzo 2008

Sarà pur vero che Waldo Emerson «si e sempre consi­derato poeta» («di basso rango, sen­za dubbio», si trova però a confida­re alla moglie Lydia), e che numerose sono le attestazioni di stima per le sue doti di poeta da parte di espo­nenti della cultura americana ed eu­ropea. Nella sua introduzione alla bella traduzione di tre saggi di Emerson sulla poesia («Il poeta», «Poesia e immaginazione» e «Ispira­zione», raccolti in Essere poeta, Moretti & Vitali, pp. 109, € 16,00), Beniamino Soressi giustamente lo sottolinea, e chiama in suo soste­gno personalità come Robert Frost, William James, Nietzsche e Borges.

Sta di fatto che sono assai più fre­quenti le sommarie liquidazioni di una produzione poetica che certo non regge il confronto con quella dell'entusiasta discepolo di Emer­son, Walt Whitman. Lo stesso Sores­si ricorda come anche le lodi di Ha­rold Bloom si riferiscono più al filo­sofo della poesia che non al poeta in quanto tale. E comunque non sa­rà un caso che il libro che ripropo­ne il più influente pensatore ameri­cano, se non proprio il più grande, all'attenzione di un pubblico italia­no comunque poco propenso a se­guire i voli pindarici di un'immagi­nazione ostinatamente refrattaria alla sistematicità razionale (che è poi quel che si vorrebbe da un filo­sofo), non si arrischi ad addentrarsi nell'universo poetico di Emerson, ma in quello delle sue riflessioni sul­la poesia.
In effetti; l’impressione che non di rado si ottiene nel leggere Emer­son è che, detto brutalmente, se la sua poesia e troppo filosofica, la sua filosofia è troppo poetica, con la differenza che l’avvitamento in cervellotiche meditazioni appesantisce inesorabilmente gran parte della sua produzione in versi, men­tre è proprio lo scatto deviante, eversivo, sostanzialmente illogico del poeta a trasformare le – eviden­ti – ambiguità e aporie del suo pen­siero in feconde aperture verso nuo­vi e inattesi orizzonti di senso. Nei tre saggi raccolti in Essere poeta la
componente visionaria del fondatore del Trascendentalismo si impone con la forza di chi concepisce l'atto poetico non co­me controllato esercizio di stile (anche se poi, paradossalmen­te, tali appaiono all'occhio e all’orecchio proprio le sue com­posizioni poetiche, rigidamente inquadrate in tradizionalissime forme metriche), ma come erompere spontaneo della scintilla dell’ispirazione che risiede in misura maggiore o minore in ogni singolo individuo, oltre ogni distinzione e gerarchia di classe, sesso, razza, persino cultura. Ci vorrà poi un Whitman per tradurre in modo davvero adeguato, nel suo alluvionale linguaggio paratattico, la vena profeticamente rivo­luzionaria di questa filosofia democratica della poesia, che tut­to accetta e nulla rifiuta, a partire dalle sue proprie contraddi­zioni -«Mi contraddico? / Benissimo, allora mi contraddico / (sono ampio, contengo moltitudini)», scriverà Whitman in «Canto di me stesso», quando pubblicherà la prima edizione di Foglie d'erba, nel 1855, seguendo esplicitamente i precetti dettati nel 1844 da «Il poeta»).

L'intenzione radicalmente egua­litaria di Emerson si manifesta fin dalle primissime parole di questo imbizzarrimento di una parola che si scioglie dalle briglie dell’ordi­ne logico e grammaticale, per riven­dicare con passione esplosivamen­te metaforica che «noi non siamo né bracieri ne carriole e neanche corrieri del fuoco e tedofori, ma fi­gli del fuoco, fatti di fuoco, e nient'altro che la stessa divinità trasmu­tata, e a due o tre passi appena da noi, quando meno lo sappiamo». Questo 'noi' si riferisce sia all'umanità universale sia, più specifica­mente, al popolo dei poeti (quan­tomeno potenziali), cui spetta nien­temeno che il compito di legiferare, in quanto supremi «Nominatori», sulla configurazione del mondo, creandolo nel mentre ad esso dan­no voce, perché «il poeta è colui che può articolarlo». Nell'ambigui­tà di questa formulazione del “potere della poesia” sta quella du­plicità della concezione tutta ameri­cana della democrazia e dell'ugua­glianza, e delle modalità attraverso le quali devono essere garantite dall'autorità, per cui se tutti siamo uguali e ugualmente possiamo partecipare all'universo simbolico che è in fondo il vero orizzonte della vi­ta («Noi siamo simboli e abitiamo simboli; lavoratori, operatori e ope­rai, lavoro e opere, arnesi, parole e cose, nascita e morte, tutti sono em­blemi»), non tutti tuttavia riescono a usare questi simboli «in modo ori­ginario» (il testo 'originale' recita «they carnnot originally use them»; il traduttore ha scelto 'originario' anziché 'originale', obbligato co­m'è a scindere la polisemia del ter­mine inglese, ma qui Emerson im­plica che il poeta è sia chi dà origi­ne al mondo con il primo uso di un simbolo, sia chi riesce a usarlo in modo diverso, inusuale, 'nuovo'). L'uguaglianza delle opportunità non corrisponde, in poesia come nella vita o nella politica, all'ugua­glianza delle realizzazioni, e meno che mai all'uguaglianza del potere. Quando Francis Otto Matthiessen osserva in Rinascimento americano che per Emerson il «valore fonda­mentale del simbolo per il poeta sta nel fatto che «costringe il lettore a essere coinvolto nel processo poe­tico», implicitamente sottolinea co­me tale processo non sia paritario, e come le regole del gioco siano in qualche modo imposte dal poeta al lettore.
A trent'anni di distanza da «Il po­eta», Emerson torna a elaborare la sua filosofia della poesia negli altri due saggi della raccolta, finora ine­diti in Italia, e pubblicati in Letters and Sacial Aims (1876). In «Poesia e immaginazione» il filosofo si avventura, secondo una pratica per lui ab­bastanza inconsueta, nella disami­na di questioni eminentemente tec­niche, discettando con competen­za di tropi e metri, e recuperando la distinzione coleridgeana tra l'«im­maginazione», che è una facoltà creativa e «centrale», e la «fantasia», che invece «riguarda la superficie». La poesia è qui sia quella «gaia scienza» che conquisterà Nietzsche, sia una «fede», perché è «scritta con un umano dovrebbe o sarebbe, anziché con il fatale è»: la tensione, ancora una volta pretta­mente americana, tra atto e poten­za, materialità del presente e utopi­co sogno del futuro, trova la sua perfetta composizione nella poe­sia, che è, qui e ora, e al tempo stes­so adombra quel che sarà, quantun­que il poeta non ne abbia il pieno controllo – concetto espresso con fenomenalmente leggerissima me­tafora poetica: "Ogni scrittore è un pattinatore: deve andare in parte dove vorrebbe, e in parte dove lo portano i pattini».
Più erratico e meno fondamenta­le degli altri due è l'ultimo saggio della raccolta, «Ispirazione», an­ch’esso peraltro percorso da lampi immaginifici, e pure da sorprenden­ti professioni d'umiltà, come quella in cui l'autore invidia la capacità d'astrazione di certi studiosi, e con­fessa che i suoi occhi «sono più co­me quelli di una donna», attenti al­la concretezza e al dettaglio (e, tan­to per cambiare, quel che sembra un difetto si tramuta quasi magica­mente, poeticamente, in virtù). Qui come altrove, la preziosità dell'in­tuizione emersoniana non va cerca­ta in una (inesistente) precisione in­tellettuale, ma nel frastornante in­cedere a scarti di un pensiero che, non volendo (o non potendo) incar­dinarsi in solide architetture, prefe­risce l'icasticità aforistica, efficacis­sima per quella comunicazione ora­le cui è indirizzata gran parte delle opere in prosa di Emerson (stiamo parlando del più famoso oratore americano dell'Ottocento, una sor­ta di rock star di quei tempi che sa­peva radunare decine di migliaia di persone per i suoi discorsi): alla fi­ne, più che a una teoria filosofica della poesia, siamo di fronte a una pratica poetica della filosofia, che realizza nell'atto medesimo del pensarlo l'obiettivo della propria ri­cerca – riscattare l'inventività della parola, renderla ancora e di nuovo poiesis, creazione.

mercoledì 8 luglio 2009

L'eroismo dell'io inquieto: Ralph Waldo Emerson, Nietzsche e la nobile solitudine

di Serena Faganello, “La Gazzetta di Parma”, 25 marzo 2008

E tu, lenta ginestra, / che di selve odorate / queste campagne dispogliate adorni, [...] ma piu saggia, ma tan­to / meno inferma dell'uom, quanto le frali / tue stirpi non credesti / O dal fato O da te fatte immortali». De­canta così l'indomita resistenza della gi­nestra Leopardi nell'explicit della lunga lirica "La ginestra o il fiore del deser­to”, poetico testamento dei celeberrimi “Canti”. E il rustico arbusto diviene, con la sua floreale esplosione dorata, il nome e il simbolo – attraverso un ma­terico quadro del nostro Mattioli – della nuova collana “La Ginestra”, proposta dalla casa editrice reggiana Diabasis, diretta da Ferruccio Andolfi e ltalo Te­sta e nata con il fine di suggerire per­corsi riflessivi capaci di contrastare i fe­rali processi di individualizzazione del­la reificante società contemporanea, proponendo – come recita la nota espli­cativa – alternativi paradigmi di “indi­vidualismo solidale”.

Inaugura la sin­golare collana una raccolta di scritti di Georg Simmel (1858-1918), intitolata
“Friedrich Nietzsche filosofo morale” (Diabasis, pp. 126, 10 euro): silloge fi­losofica curata da Ferruccio Andolfi, titolare della cattedra di Filosofia della storia nel nostro ateneo, nonché studio­so dei rapporti tra umanesimo e indi­vidualismo, con particolare riferimento al secolo XIX. L’analitica scelta di saggi, recensioni e interventi dedicati dal sociologo tedesco al dirompente pensiero nietzscheano permette, grazie al lavoro di Andolfi, di penetrare Simmel nella terza fase della sua opera, improntata alla disamina della concezione vitalisti­ca, capace di definire una sorta di filosofia della vita, critica nei confronti del relativismo e vergata di tendenze mistiche. Il Nietzsche simmeliano si palesa, alla luce di questa savia antologia, come Giano Bifronte della filosofia morale ottocentesca, in quanto intagliato nelle
contraddizioni dell'umano e, come sosti­ene Simmel, permeato di «persona­lismo etico»: l'egoismo si converte in aristocraticismo» attraverso l'eleva­mento e la differenziazione delle individualità eccellenti (il mito della volontà di potenza); lo spiccato interesse socia­le, è sempre orientato verso una prospettiva «uma­nistica o personalistica» (l'eroismo dell'oltreuomo). Così, attraverso le cre­pe nietzscheane, la dottrina dell'«amor fati», ossia la realistica arrendevolezza umana di fronte alla legge del divenire temporale (l'eterno ritorno), svela un Nietzsche non solo tormentato ma an­che nostalgico e anelante, poiché – come sostiene Andolfi – «forse la personalità saliente di Nietzsche e proprio quella di essere diviso tra istinti opposti: "uno spirito libero con aneliti religiosi"». In­somma, l'individuo nietzscheano è au­tocentrato, sospinto dalla propria inebriante libertà di spirito, capace di spri­gionare la propria brama esistenziale, rimanendo fedele alla terra e deciso ad attuare la trasmutazione di tutti i valori tradizionali; eppure, in questa istanza di esaltante superiorità, l'uomo di Niet­zsche mostra anche le proprie cicatrici sdrucite e le proprie ambivalenti anti­nomie che inficiano l'autoglorificazio­ne.


Altro volume dedicato alla medita­zione intorno a un possibile individua­lismo sociale è il florilegio saggistico di Ralph Waldo Emerson (1803-1882), in­titolato «Società e solitudine» (Diabasis, pp. 138, 10 euro), curato da Nadia Urbinati, docente di Teoria politica presso la Columbia University, specia­lizzata nello studio della teoria liberale e democratica, specialmente anglosas­sone.
Il percorso suggerito da Urbinati consente di scoprire il carismatico pen­satore-conferenziere statunitense, fon­datore del trascendentalismo – forma di idealismo romantico pervaso da neo­platonismo e mistica orientale – capace di provocare influenze pratiche e risvol­ti morali all'interno della puritana so­cietà americana “in fieri” socio-politi­co.

Così, l'ex pastore di Boston, trasfor­matosi nel mito del 'self made man’ tanto caro all'etica dell'individualismo pragmatico, predica un auspicato equilibrio tra democratiche istanze sociali e classicheggiante fiducia in se stessi, spalancando l'individualità all'alterità amicale, ma, insieme, ammonendo l'ec­cessiva dispersione relazionale in forne comunitarie e associative.
Allora; auguri a questa nuova collana editoriale che tanto richiama, nel suo intento cogitabondo, le «lentae geni­stae» virgiliane delle “Georgiche”, tenacemente abbarbicate agli assolati terreni mediterranei con quegli irti rami e con quelle ungarettia­ne foglie caduche, al pari del tortuoso viatico dell'uomo gettato nella agoni­stica società attuale e destinato, per resistere indomito, a divenire con difficoltà individuo nella massa.




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