domenica 12 luglio 2009

Ralph Waldo Emerson, il padre degli USA

Storia di un “filosofo con il megafono” dalla scrittura schietta e clamorosa. Che divenne il vero Cicerone americano

Tutti, volenti o nolenti, passarono da lui, perché lui poteva fare di un comune mortale un Cesare. Riflessioni

di Davide Brullo, da "Il domenicale", anno 2005.

Per fortuna che ogni tanto nasce un Cicerone. Lingua asciutta e schietta, filosofia spiccia. C’interessa ciò che siamo e come andiamo. Il “dove” lo si lasci ai teologi di quart’ordine. E i pensieri iperuranici tutti a Platone, e le sottigliezze minute minute tutte ad Aristotele. A noi garba la filosofica semplicità. Secolo passa secolo, in un passaggio di testimone che più in là di così non può andare, Roma si trasfigura negli States, lungo un impero diversificato ma dalle fondamenta solide che collega New York a Los Angeles e tanta prateria in mezzo. Che assorbe e rifà quanto ha messo a dottrina la Grecia-Europa. A loro, gli europeini verso cui soffriamo ancora di qualche complesso d’inferiorità (i romani buoni prendevano lezione dai greci dopo averli schiacciati), il pensiero pensante, a noi il pensiero che agisce. E gli Usa il loro Cicerone ce l’hanno avuto, e di che schiatta. Ralph Waldo Emerson (1803- 1882), ovvero, il filosofo con il megafono. Che scrive che a leggerlo è come bere ampie sorsate di aureo succo, che parla dai pulpiti di mezza America, che getta pistolettate di pensieri buoni all’uso alla pari di un rappresentante di miracolosi farmaci. Se vuoi capire il genio americano rivolgiti a lui. E comincia a leggere i suoi celebri saggetti radunati ora sotto il titolo Diventa chi sei (sprigionante azione e pionierismo da tutti i pori rispetto al contemplativo e grecissimo “conosci te stesso”) da Stefano Paolucci, che ne fa una curatela ottima e calorosa (Donzelli, Roma 2005, pp.148, e12,50). Amo tutti i tuffatori... Tutti son passati da lui, o quantomeno gli hanno sfiorato la mano. Hawthorne lo stimò assai, la Dickinson, pur sempre distante dai vaniloqui del mondo, probabilmente ci pranzò assieme e assistette a una sua conferenza, nel 1857, l’anno in cui di lei sappiamo pochissimo, se è vera quella frase tramandata dai familiari per cui avrebbe detto che egli, il grande savio degli States, era «come se fosse uscito da dove i sogni sono nati». Inutile dire di Henry D. Thoreau che mette in pratica e per scritto i consigli del maestro, a casa del quale campeggiò più di un giorno. Inutile dire del grandioso Walt Whitman, che fu il Lucrezio di Emerson, nel senso che di questo si direbbe molto meno, come per Epicuro, se non avesse avuto il suo obliquo cantore. Di cui riconobbe immediatamente il talento: fu l’unico, il 21 luglio 1855, a scrivere una lettera di felicitazioni dopo la lettura del “perverso” Foglie d’erba. Pare che però se la ebbe a male quando Walt decise di apporre la lettera a mo’ di preludio alla seconda edizione del libro. Microscopie. Fatto è che dallo stesso arbusto cresce fogliame d’ogni genere. E Melville? Lo gnostico geniale e distrutto dal proprio genio non spartisce niente con nessuno, tranne con Shakespeare e il Testo Sacro (e certe smancerie ad Hawthorne). Una concessione gliela facciamo, però. All’epoca di Mardi, che non fosse per l’impegno critico di Ruggero Bianchi nessuno conoscerebbe in Italia (la sua curatela al libro, esempio raro di precisione analitica e affettiva, fu edita da Mursia, Milano 1987), uno dei libri melvilliani assieme a Pierre che i critigonzi fanno fatica a capire anche oggi che son passati centocinquant’anni, cioè attorno al 1849, Melville scrive a Evert A. Duyckinck, uno dei suoi radissimi amici, che il pensatore «è un grand’uomo », e poi, in altra lettera e più lungamente, fiorisce il discorso così: «Diciamo pure, per amor di discussione, che Emerson sia uno sciocco: in questo caso preferisco essere uno sciocco anziché un saggio. Io amo tutti gli uomini che sanno tuffarsi. Qualsiasi pesce è capace di nuotare in prossimità della superficie; ma ci vuole una grande balena per scendere a cinque miglia e più di profondità». Poi, però, chiude la pratica scrivendo di «non vibrare nell’arcobaleno di Emerson», e abbozzando una spigolosa caricatura del filosofo, definendolo un «Platone che parla nel naso». Sbruffonerie da chi si allena a divenire un santo. Il famosissimo emersoniano Fiducia in se stessi è una specie di manuale per il perfetto yankee. E che i pionieri avrebbero fatto bene a tenersi in saccoccia. Che respiro ampio, che bontà vera. E che sculacciate a quanto non è originariamente umano, e perciò originariamente “americano”. Alle spine i malcelati complessi d’essere poco più che figli bastardi della ricca Europa, «Noi dobbiamo procedere da soli»; «la storia è danno e impudenza se vuol essere qualcosa di più di un ridente apologo o di una parabola del mio essere e del mio divenire». Che preziosi quei diamanti del tipo «insisti su te stesso; non imitare mai», come ci si amplia il petto, e ci s’impilano i muscoli al sentire tali assiomi: «è solo quando un uomo si sbarazza di ogni sostegno a lui estraneo e sta in piedi da solo, che io posso vederlo forte e vincente». Io sono Michael Jordan Curiosità bibliografica svelataci da Paolucci: in epoca fascista, in cui imperava il training autogeno, Emerson era dato in pappa agli scolaretti. E chi non vorrebbe come maestro uno che, siamo alle Leggi spirituali, ti tirava su il morale dicendoti che «questa sopravvalutazione delle possibilità di Paolo e di Pericle, questa sottovalutazione delle nostre personali possibilità deriva dal trascurare il fatto che esiste una natura identica». Il sangue che scorre in questa vena è lo stesso che scorreva in Eschilo e Cesare, in Napoleone e in Michael Jordan. Emerson sembra uno di quegli allenatori stravincenti, un Pat Riley, un Fabio Capello, che sanno come galvanizzare i propri (chi non lo sa che il distacco tra il primo e il secondo non è nelle gambe ma nella testa?). Del tipo, ragazzi, qui, ora, adesso, come mai prima, lottiamo per l’eternità. Che bello un tempo in cui matematicamente funzionava la regoletta per cui «se un uomo sa di saper fare qualcosa, e sa di poterla fare meglio di chiunque altro, egli ha la garanzia che tutti quanti riconosceranno questo fatto». Mentre oggi tutto dipende da “cosa” sai fare, e c’è un tale pasticcio d’idee per cui a mala pena si riesce a riconoscerla un’opera di genio. Ma lì, nel tempo emersoniano, nel tempo del sogno americano e di una frontiera ricca di scoperte «un uomo è considerato per quel che vale. Ciò che egli è sta inciso a lettere di fuoco sul suo volto, sulla sua forma, sulle sue esperienze. Né il celarsi né il vantarsi gli servono a nulla». E così il lavoro maieutico del sapiente Ralph resta inciso nelle pagine del suo diario, in una riga del 1839: «Inviterò gli uomini immersi nel tempo a ritrovare se stessi e ad uscire dal tempo per gustare la loro nativa aria immortale». Che bello, pare di ringiovanire, iscriviamoci alla Setta dei Poeti Estinti, rivediamoci L’attimo fuggente di Peter Weir, con i marmocchi che vogliono una vita silvestre come Thoreau, e berciano mimando Emerson, e canticchiano come il barbuto Walt «O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,/ La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto ». I tempi del sogno americano. Presto abortiti. Già l’energia galvanizzante ed emersoniana di Melville è votata a scrutare il maligno. Con gli altri è rovina. Faulkner, Caldwell e i “perduti” intaccano all’osso l’allegria dei pionieri. Il sogno s’è fatto incubo. L’unico emersoniano fino al caramello, prosa larga, pelagica, divorante anche l’oscurità è Thomas Wolfe. Semplicemente, il demonio Per Robert Penn Warren, appuntito critico d’America, ma soprattutto poeta non da poco e perciò introvabile nei banconi di casa nostra, Emerson, glielo aveva suggerito Allen Tate, era semplicemente il demonio. E ci credo, con quell’idea che anticipa la New Age per cui ogni testo sacro è sacro, che il dio è il dio di tutti e che Ralph chiama con il nomignolo di “Over- Soul”, cioè superanima, che leggi la Bibbia o il Corano o i Veda e in entrambi vedrai la verità, e che il dio semmai lo trovi da te senza nessun parroco che t’imbocchi a proposito... ce n’è da far saltar per aria non solo i bacchettoni. Quella fiducia, poi, che spazzava la tradizione tutta, faceva tremare le ginocchia (e se ne abusò, a destra come a sinistra). E quella balorda idea della Compensazione, invero lo sforzo filosofico più acuto di Emerson e di più larga gestazione, per cui «ogni atto reca in sé la propria ricompensa, o, in altre parole, integra se stesso», cioè: «colui che compie una buona azione ne è immediatamente nobilitato. Colui che compie un’azione meschina è limitato dall’azione stessa. Colui che si spogli dell’impurità si veste conseguentemente di purità. Se un uomo è giusto nel profondo dell’animo, nella misura in cui lo è, egli sarà allora Dio: la salvezza di Dio, l’immortalità di Dio, la maestà di Dio entrano in quell’uomo con la giustizia»? Le cose partono da lontano, dall’8 febbraio 1831. A diciannove anni Ellen Louisa Tucker, con cui un Emerson in attesa di diventare Emerson si era sposato un anno e mezzo prima, muore. È la batosta che inaugura una nuova vita. Alla base del retto conoscere c’è un grave dolore direbbe Eschilo. In questo caso il dolore viene assorbito velocissimamente, almeno all’apparenza. Due ore dopo la morte di Ellen, Ralph scrive alla zia paterna Mary Moody Emerson una lettera di questo tipo: «Il mio angelo è andato in cielo questa mattina & io sono solo al mondo & stranamente felice». Pensare è agire avrebbe detto di lì a poco il famosissimo conferenziere. Dalle parole ai fatti. Liberatosi (si fa per dire) della moglie, Emerson salpa per l’Europa, ci fa i conti, e torna vincitore e pieno di grandi idee negli States. In Compensazione scrive: «La morte di un caro amico, di una moglie, di un fratello, di una persona che amiamo, che all’inizio non sembrava altro che privazione, più tardi assume l’aspetto di una guida o buon genio; poiché tali eventi operano solitamente delle rivoluzioni nel nostro modo di vivere, terminano un’epoca di infanzia o di giovinezza che aspettava solo di essere chiusa, mandano all’aria un’occupazione abituale, o l’unità della famiglia, o uno stile di vita, e ne permettono la formazione di nuovi, più adatti alla crescita del carattere ». Già, magari per spiriti dotti e ampi come quelli di Emerson. Ma a noi eterodossi la cosa fila poco, siam più desti a vedere come degli idioti quelli che in vita sperano che il maltolto gli verrà restituito. E poi, caro Ralph Waldo, creatore di una beata scappatoia, non è che così si risolvono gli interrogativi di Giobbe o di Davide. A lezione da Shakespeare L’uomo che vedeva nel genio di Shakespeare il precursore del genio americano, sublime condottiero dell’europeità ma pure alfiere di ciò che sarebbe sorto, per cui «Shakespeare è escluso dalla categoria degli autori eminenti quanto lo è dalla folla. È inconcepibilmente saggio, gli altri lo sono concepibilmente. Un buon lettore può, fino a un certo punto, rannicchiarsi nel cervello di Platone e pensare da lì, ma non in quello di Shakespeare. Siamo ancora fuori. In termini di facoltà esecutiva, di creazione, Shakespeare è unico», quest’uomo così accorto non seppe vedere il genio che scandaglia il male (un male inestirpabile, incoerente, necessario) del sommo inglese. O non lo volle vedere. Ergo: non è che Riccardo III sia una scolaretta che va per margherite. Pietà per Emerson, non è degli uomini sapere e vedere ogni cosa. Un uomo come Ralph, un uomo che ci riconcilia con il mondo, facendo slalom tra pensierini foderati d’oro che fanno il verso alla sapienza orientale (parafrasi dalla Bhagavad-gita: «Azione e inazione sono uguali al cospetto del vero») è foriero d’indicazioni letterarie che spesso non mancano il bersaglio. Questa, ad esempio, adatta a rimettere in riga i critigonzi e gli aspiranti scrittorelli: «Non esiste fortuna nella reputazione letteraria. Chi emette il verdetto finale nei confronti di ogni libro non sono i parziali e rumorosi lettori del momento in cui esso viene pubblicato, ma una corte di angeli, un pubblico che non può essere né corrotto, né supplicato e né intimidito decide sul titolo alla fama di ogni uomo. Quaggiù arrivano solo quei libri che meritano di durare». In faccia a chi pensa che un libro è di peso perché ha sbancato il banco delle vendite. Poi, sia chiaro, anche il padre della patria Ralph pecca di troppa fiducia nei propri mezzi. Ad esempio quando dice che valoroso scrittore è colui che scrive direttamente dal “cuore”, in verità e adesione a se stesso. Così, al limite, si potrà scrivere un buon diario di bordo. Il cuore andrà limato almeno con la mente. Che Emerson ripassi il suo eroico Shakespeare.

Nell’anima del mondo: Ralph Waldo Emerson

Di Stefano Lecchini, “La Gazzetta di Parma”, 25 gennaio 2008

Emerson, il pensatore americano che esaltò la poesia come forza della natura. “Essere poeta” compendia suggestivamente le sue vitalistiche concezioni. Due dei tre saggi contenuti nel volume non erano mai stati tradotti in italiano

Ralph Waldo Emerson non ebbe in sorte di lasciarci versi memorabili – malgrado ciò, lo Spirito della poesia si espresse attraverso di lui per altre strade. Bostonia­no, filosofo, grande conferenziere, oratore e saggista, ex pastore della
Chiesa Unitariana, da cui si staccò per dedicarsi alla predicazione solitaria e itinerante, Emerson è considerato an­cor oggi una delle figure centrali del cosiddetto «Rinascimento america­no» - gli anni e la temperie sono i medesimi di Melville, di Hawthorne, di Thoreau, di Whitman. Moretti&Vitali, nella collana «I volti di Hermes», diretta dal parmigiano Paolo Lagazzi e da Giancarlo Pontiggia, ha appena pubblicato, per la cura di Beniamino Soressi, «Essere poeta», tre saggi, due dei quali finora inediti in italiano (si tratta dei bellissimi e suggestivi «Poe­sia e immaginazione» e «Ispirazio­ne»), in cui il lettore troverà precipi­tato il nucleo di immagini che ha ali­mentato, nei quasi ottant’anni della sua esistenza (1803-1882), la mente di Emerson. Folte di sterminate letture ­da Omero e Platone ai lirici e tragici greci ai latini a Dante, Milton, Sha­kespeare, Cervantes, Montaigne, Rabelais, fino agli amatissimi romantici ­inglesi e ai testi sacri dell’India e della Persia, Emerson crede, con l’amatissimo Swedenborg, che il mondo non sia altro che una costruzione dell’Anima. Tutto è Bellezza, perché l’Anima del Mondo è Bellezza; e tutte le cose, anche le più lontane e divergenti fra loro, partecipano – giacché ne sono incarnazione – di questa Bellezza. Così, non si dà alcuna differenza fra le cose, e fra le parole e le cose. Se tale è lo sfondo, il poeta apparirà dunque come colui che coglie e tra­duce in versi queste infinite relazioni,
ritrovando nel Tutto una fittissima re­te di simboli o analogie o metonimie. La Natura è essa stessa, in primo luo­go, simbolo dell'Anima: ogni cosa sa­rà pertanto collegata per infinite vie alle infinite altre. Ma appunto: solo il Poeta riesce a vedere e a esprimere (“metricamente”, e nel gioco nobilmente infantile delle rime) queste relazioni. Ove l’uomo comune si ferma al dato sensibile, l’immaginazione del Poeta si eleva sopra la bruta e insignificante nudità del fatto (“i fatti”, sentenzierà poi un emersoniana sui generis come Nietzsche, “sono sempre stupidi”): si fa puro sguardo che penetra nello sterminato reticolo delle relazioni, e volge ogni impressione in espressione. Solo in tal modo potremo renderci conto e divenire profondamente parte della stessa Sostanza divina del Mondo: solo in tal modo, come avrebbe intuito, dall’altra parte del mondo, il reverendo Gerald Manley Hopkins, potremo bruciare fino in fondo – ossia fino al rovesciamento supremo dell'estasi – del suo stesso, indimenticabile e incancellabile, Fuoco. E non vi è alcuna libertà in questo: solo la felice obbedienza alle figure ai ritmi che la Natura ci detta. Così è qui, in questi saggi che raccontano l'essenza della poesia, che Emerson trova la sua autentica voce di poeta: ogni riga e bagnata dalla luce, morbida e necessaria, della Bellezza: ogni immagine risponde a un'altra immagine o a infinite altre immagini: ogni ritmo si adegua all'ebbro, incessabile ritmo della Bellezza e dell'Anima.
Anche laddove qualcuno veda soltanto abbrutimento, distacco delle cose dall'armonia divina che le ha generate (erano gli anni in cui le stimmate della rivoluzione industriale cominciavano a sfregiare il «paesaggio» ), il Poeta rinsalda le cose alla natura e al Tutto, «rinsaldando persino le cose artificiali, e le violazioni della natura, alla natura stessa, tramite un’intuizione più profonda». Oggi, 150 anni dopo Emerson, questa fiducia meravigliosamente ingenua nella necessaria relazione di tutte le cose sembra essere andata irrimediabilmente in frantumi. Abitiamo un mondo in cui il simbolico ci si mostra umiliato, degradato, cancellato, letteralmente sfigurato. I miti, oggi, sono perlopiù fenomeni da baraccone. Tutto ci appare irrelato Ma basta che qualcuno cominci a modulare, nella sua voce, nei suoi versi, anche soltanto questa stessa lacerazione, che il vecchio fuoco riprende a bruciare. Questo fuoco ci indica chi simboli sono ancora lì, pronti a essere colti e cantati sotto la cenere che li ha ricoperti: che la nostra anima forse non è ancora diventata cieca e non si è spenta: che fare poesia può essere ancora, malgrado tutto, fare anima.

Diventa chi sei di Emerson

A cura di Stefano Paolucci, pp. X-147, 2005
L. 24.203 € 12,50
ISBN 88-7989-862-0

Ralph Waldo Emerson è stato assai più che un importante pensatore: è stato tra i fondatori dell’identità della nuova America. Padre del trascendentalismo americano, ha influenzato con la sua filosofia «ottimistica» scrittori come Henry D. Thoreau, autore del celebre Walden. Pochi come lui hanno avuto un influsso così vasto sul modo d’essere, sui valori e sullo stile di vita di un intero popolo.«Diventa chi sei» è il messaggio grandiosamente semplice che Ralph Waldo Emerson non si stancò mai di annunciare, e che rappresenta il filo conduttore di questi tre brevi saggi, sintesi efficacissima del suo pensiero, finalmente riproposti ora in traduzione italiana. Se con Fiducia in se stessi, autentica pietra angolare trascendentalista, Emerson ci esorta innanzitutto a riscoprire le risorse incommensurabili dell’individuo, con Compensazione mette nero su bianco la «bella eppur severa» realtà divina della Legge degli opposti-e-complementari che governa ogni cosa, senza il cui riconoscimento qualsiasi tentativo di evoluzione spirituale sarebbe vano. Completa il triangolo Leggi spirituali, naturale «espansione» dei concetti espressi in Fiducia in se stessi.La nuova traduzione dei saggi è arricchita da una bio-bibliografia sull’autore e da un saggio critico di Stefano Paolucci, membro della Ralph Waldo Emerson Society e della Thoreau Society.

Ralph Waldo Emerson, il poeta della conoscenza

Gli editori italiani riscoprono il padre del “Rinascimento americano”
Di Renato Cristin, da "Liberal", estate 2008.

Ralph Waldo Emerson (1803-1882), che Nietzsche definì “il pensatore più ricco di idee del secolo”, è uno dei pilastri della filosofia americana e rappresenta una versione che potremmo definire non-analitica di quel pragmatismo che l’ha in gran parte determinata. La nuova traduzione di una delle sue opere fondamentali (Condotta di vita, introduzione di Giorgio Mariani, traduzione e cura di Beniamino Soressi, Rubbettino Editore, 309 pagg., 24 euro) ha il merito di riproporre al lettore italiano l’importanza di un pensatore che appartiene al ristretto novero di quegli scrittori (tra cui Hawthorne, Melville, Thoreau, Whitman, che nei primi anni Cinquanta del Diciannovesimo secolo rappresentarono ciò che è stato chiamato il “Rinascimento Americano”.

Insieme ad altre due recenti e meritorie pubblicazioni (Essere poeta, a cura di B. Soressi, Moretti & Vitali Editori, 103 pagg., 16 euro, Società e solitudine, a cura di Nadia Urbinati, Edizioni Diabasis, 137 pagg., 10 euro), quest’opera può rimediare a una lacuna di ricezione. Infatti, la figura di Emerson è stata poco valorizzata in Italia, sia perché del pensiero americano si è privilegiato il filone in cui si è mosso il pragmatismo, sia perché si è riduttivamente inteso il pensiero di Emerson come una forma di trascendentalismo derivato da quello tedesco e quindi di spessore inferiore all’originale. Tutt’altra è invece la verità su questo pensatore dall’energica visione metafisica e dal dirompente vigore letterario, che amava definirsi in primo luogo come “poeta”.

Egli tentata una mediazione, di fatto ben riuscita, fra un pragmatismo che vuole risolvere i problemi dell’esistenza concreta senza farsi troppo imbrigliare dalle prescrizioni morali e un eticismo che prospetta soluzioni pratiche avendo come riferimento costante i principi morali. La via mediana di Emerson è una filosofia pratica che trae insegnamento sia dalle situazioni della vita sociale sia dalle riflessioni della metafisica, che cerca di conservare un difficile equilibrio fra l’accettazione della potenza naturale e l’esigenza di miglioramento dell’essere umano, come pure fra onnipotenza divina e scelte umane. Il suo è un universo dinamico, il cui movimento è dato dalla tensione fra forze contrapposte (fato e volontà, natura e cultura, pietas e violenza, ecc.), un universo in cui si fondono l’elemento tragico e quello armonico. Sul piano gnoseologico, egli medita nel solco del binomio tracciato da Goethe: “poesia e conoscenza”, poesia come conoscenza, come metafisica: “la poesia è il perpetuo sforzo di esprimere lo spirito della cosa e cercare la ragione che ne causa l’esistenza”. E, come Hölderlin, ritiene che la poesia sia il fondamento del mondo: “ciò che resta, lo fondano i poeti”, recita infatti il verso hölderliniano. Un tributo al di sopra di ogni sospetto alla grandezza del pensatore americano venne da Nietzsche. Nonostante nel 1876 consideri le ultime opere di Emerson come frutto di un pensatore “alquanto invecchiato e troppo innamorato della vita”.

Nietzsche gli ha sempre riconosciuto un forte influsso genealogico sul proprio pensiero, in particolare per quanto riguarda la nozione di volontà di potenza, ritrovando nel filosofo americano quella visione eroica dell’esistenza (“tutte le gesta che han fatto la nostra civiltà erano i pensieri di poche buone menti”, scrive Emerson) che dovrebbe portato alla delineazione nietzschiana dell’übermensch, dell’uomo che trascende i propri limiti per affermarsi nella sua superiorità rispetto sia alla natura sia alla cultura (il caso ha voluto che Emerson morisse nell’anno in cui Nietzsche pubblicata la Gaia scienza). Ma pur essendo un sostenitore dell’aristocrazia spirituale (le masse sono una “calamità” e non devono “essere lusingate ma ammaestrate”), Emerson fu nel contempo un paladino della democrazia sociale. Egli ha teorizzato senza reticenze la tensione dell’uomo verso la potenza individuale e generale, ma fu anche colui che Dewey chiamò “il filosofo della democrazia”.

Recupera la concezione elitaria di Carlyle, secondo cui la storia viene costruita dalle personalità eccezionali, ma la disloca entro una dinamica in cui gli eroi diventano “uomini rappresentativi”, in cui la pura autorità diventa autentica autorevolezza e in cui non ci sono distinzioni né di censo né di razza (celebre fu la sua battaglia per l’abolizione della schiavitù). In questa formale parità di condizioni, chiunque può eccellere, diventare eroe e, quindi, fare la storia. La dura ma feconda tensione tra aristocrazia e democrazia trova un’efficace composizione nella sua visione del capitalismo.

Emerson concepisce in chiave sia economica sia spirituale e in senso eticamente positivo quel modo di produzione che, proprio negli stessi anni (del 1857 è il saggio “per la critica dell’economia politica”, del ’67 la pubblicazione del Capitale), Marx denunciava come l’oppressione dell’uomo sull’uomo e, quindi, come negazione della libertà. Oppositore implicito del marxismo e, quindi, del comunismo prima ancora che esso si manifestasse pienamente, egli replica alla dottrina pauperistica e all’utopia socialistica di Thoreau sostenendo che l’uomo non deve accontentarsi “di una capanna e una manciata di piselli secchi”, e le contrappone una precisa teoria della ricchezza: “l’uomo è nato per essere ricco”, perché la ricchezza implica libertà e felicità. La “domanda di ricchezza” è dunque legittima e, in quanto legata alla ricerca della felicità, necessaria allo sviluppo dell’individuo e dell’umanità. Liberista (“la base dell’economia politica è la non interferenza”) ma non naturalista né tanto meno positivista (dobbiamo liberare il desiderio e “rispettare i fini mentre usiamo i mezzi”), egli ritiene che le virtù del capitalismo siano intrinseche alla crescita del genere umano, perché “la vera prosperità consiste nello spendere sempre su un piano più elevato; nell’investire e investire, così da poter spendere in creazione spirituale”. Perciò “l’uomo dev’essere capitalista”, perché l’accumulazione non è solo sedimentazione economico-materiale, ma accrescimento della potenza, forma primaria dello sviluppo dello spirito. Il reinvestimento degli introiti ha un senso metafisico, perché significa “raccogliere il particolare nel generale”. Il capitale dunque è “forza e spiriti animali”, ma anche “immaginario e pensiero”, come pure “coraggio e perseveranza”.

Quello che oggi in Occidente viene chiamato il capitale immateriale era già stato delineato da Emerson come finalità della crescita: “questo è l’autentico interesse composto; questo è capitale centuplicato; l’uomo elevato alla sua più alta potenza”. In questo senso va intesa la sua esaltazione della forza dei Sassoni e della loro superiorità nell’anima del capitalismo (“da un migliaio d’anni la razza dirigente, per la qualità della loro indipendenza personale e per l’indipendenza economica”). Ma il più germanico dei filosofi statunitensi è al tempo stesso uno dei fondatori dello spirito americano. Due dei caratteri fondamentali di quello spirito – la ricerca della felicità e della ricchezza come finalità dell’agire umano, e la ricerca della sintesi fra individuo e società – sono infatti elaborati ed espressi da Emerson in modo insuperabile.

venerdì 10 luglio 2009

Ralph Waldo Emerson. Anticipatore di Nietzsche, ci aiuta a capirlo meglio

di Gianni Vattimo
(da La Stampa, 25 maggio 2003)

QUANDO, nei giorni più bui della recente crisi dell'Iraq (e dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa), abbiamo cercato di ripensare alla «America che amiamo», e che non si potrebbe mai confondere con i «falchi» di Bush, un nome che ci è venuto in mente è stato quello di Ralph Waldo Emerson. Uno spirito amico di altri grandi americani autentici come Henry David Thoreau o Walt Whitman. Uno che, nelle prime pagine dei suoi famosissimi Saggi (1841-44), ci viene incontro con una rivendicazione di libertà («Chiunque vuol essere un uomo deve essere non conformista») assai poco in armonia con la progressiva militarizzazione a cui la lotta al terrorismo sta costringendo la società statunitense.
Già, si potrebbe osservare, ma come mai allora Nietzsche, ritenuto il profeta del nazismo e di tutte le ideologie violente del Novecento, lo considerava così affine a sé da non poterne nemmeno parlare per lodarlo, tanto vi si identificava? Certo, anche Nietzsche faceva del non conformismo (peraltro più teorizzato che praticato, nella sua vita di professore precocemente in pensione) una bandiera. Ma, come ha osservato Richard Rorty che è anche uno dei più coerenti eredi dello spirito emersoniano, Nietzsche amava Emerson soprattutto in quanto teorico della creatività individuale, così accentuata da prendere spesso la forma di un individualismo anarchico, mentre non ne condivideva certo l'impegno per l'abolizione della schiavitù e per una politica in generale «progressista»

Tuttavia, l'affinità con Emerson, che Nietzsche rivendicava così intensamente, può aiutare sia a capire meglio certi tratti meno «nazisti» del suo pensiero, sia certe contraddizioni dell'individualismo con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti.
Ciò che Nietzsche chiamava (senza spiegarlo tanto) l'eterno ritorno dell'uguale, si può ben leggere come la fede emersoniana nella «grande anima» (o «superanima»), l'idea cioè che ogni individuo porti in sé, e metta in gioco nelle sue decisioni imprevedibili, il tutto dell'essere. Non c'è un senso già dato nell'essere, sicché siamo liberi; ma quello che facciamo è anche sempre espressione della nostra appartenenza a questo tutto.
Romanticismo, eredità dell'idealismo, ma anche pragmatismo (la verità è quella che riusciamo a «fare»), sono una versione, anzi un'anticipazione, americana del pensiero di Nietzsche che forse può aiutarci a guardare a lui con meno sospetto. Naturalmente, a patto che anche Emerson non venga tradito da qualche forma di rigurgito «nietszchiano» nei suoi illegittimi eredi.




Su questi temi si vedano anche:

L’ombra di Ralph Waldo Emerson influenzò Nietzsche

Torna il classico «Condotta di vita»

di Paola Capriolo (Corriere della Sera, 09.09.2008)

Non più tradotta in Italia dal 1923 e ora riproposta in una nuova edizione a cura di Beniamino Soressi (Rubbettino, pp. 310, e 24), Condotta di vita di Ralph Waldo Emerson occupa una posizione di particolare rilievo non solo nella bibliografia del suo autore, ma nella storia del pensiero: quest’opera pubblicata nel 1860 dal padre del trascendentalismo americano ebbe infatti la ventura di capitare tra le mani di un diciassettenne tedesco di nome Friedrich Nietzsche e di esercitare un notevole influsso sulle sue prime speculazioni filosofiche. Influsso che, secondo Soressi, rimarrebbe determinante anche per il Nietzsche maturo, le cui teorie troverebbero nelle pagine di Emerson anticipazioni significative.
In effetti, le affinità saltano agli occhi: nei saggi scintillanti di humour e vibranti di accensioni poetiche che compongono Condotta di vita non è difficile veder prefigurate molte tra le idee più caratteristiche del grande filosofo di Sils Maria, da quell’eroico amor fati di cui egli avrebbe fatto anni dopo la sua divisa, alla dottrina del superuomo («Questi milioni li chiamiamo uomini, ma non lo sono ancora. Interrato per metà, scalpitando per esser libero, l’uomo ha bisogno di tutta la musica che si può portargli per estrarlo»), sino al disprezzo delle masse o alla diffidenza per la compassione intesa come forza frenante e ostacolo allo sviluppo. Ma soprattutto, ad accomunarli è la tesi fondamentale che la vita sia «una ricerca della potenza», e che la legge di questa potenza consista nel tendere al proprio infinito accrescimento.
Sarà perché dalle due sponde dell’Atlantico entrambi descrivono lo stesso mondo, quello della tecnica, della modernità giunta al suo pieno dispiegamento, della rivoluzione industriale che proprio allora andava incontro a una vertiginosa accelerazione; ed entrambi possono essere considerati come interpreti, cantori, «giustificatori» filosofici di questo mondo. Nietzsche in modo più sottile e costantemente venato di ambiguità regressive; Emerson con una rude schiettezza tutta americana, come dimostra la sua esaltazione quasi candida della ricchezza, della corsa al profitto, di quella razza di uomini «arditi e duri», traboccanti di un sovrappiù di energie, che hanno «teste piene di martelli a vapore, pulegge, manovelle e ruote dentate» e grazie ai quali «ogni cosa inizia a risplendere di valori».
Qui però le analogie finiscono per lasciare il posto alla più abissale differenza, perché Emerson, pur proclamando che la potenza «non si veste di satin» e tende a calpestare con libertà selvaggia tutti i nostri pregiudizi di uomini civilizzati, non ha il minimo dubbio che essa finirà col trovarsi «in armonia con le leggi morali ». Ai suoi occhi di strenuo conciliatore il male stesso è semplicemente «il bene nel suo farsi», e nonostante ogni apparenza contraria «l’ordine e la sincerità dell’Universo sono assicurati da Dio, che delega la sua divinità ad ogni particella ». Insomma, Emerson è uno degli ultimi e a tratti dei più ingenui epigoni di quella visione risalente a Platone secondo la quale l’universo si dice cosmos e non acosmía, ordine e non caos, mentre l’importanza cruciale di Nietzsche nella storia del pensiero sta precisamente nell’aver respinto con determinazione tale antichissimo presupposto.
Da questa antitesi essenziale discendono tutte le altre, compresa l’opposta collocazione politica dei due pensatori: «reazionario » Nietzsche, decisamente progressista Ralph Waldo Emerson, tanto da battersi contro la schiavitù schierandosi al fianco degli abolizionisti e da venir considerato dalla posterità come «il filosofo della democrazia». Se il primo ci inquieta, dalla lettura del secondo si esce, almeno nelle sue intenzioni, profondamente rassicurati, e se l’uno parlerà sempre al cuore di tutti gli apocalittici, dall’altro trarranno conforto quanti si ostinano a sperare ancora nell’inevitabile trionfo del bene.




Su questi temi si vedano anche:

La democrazia delle visioni. Tre saggi sull’“essere poeta” di Ralph Waldo Emerson

di Valerio Massimo De Angelis, “Il Manifesto”, 15 marzo 2008

Sarà pur vero che Waldo Emerson «si e sempre consi­derato poeta» («di basso rango, sen­za dubbio», si trova però a confida­re alla moglie Lydia), e che numerose sono le attestazioni di stima per le sue doti di poeta da parte di espo­nenti della cultura americana ed eu­ropea. Nella sua introduzione alla bella traduzione di tre saggi di Emerson sulla poesia («Il poeta», «Poesia e immaginazione» e «Ispira­zione», raccolti in Essere poeta, Moretti & Vitali, pp. 109, € 16,00), Beniamino Soressi giustamente lo sottolinea, e chiama in suo soste­gno personalità come Robert Frost, William James, Nietzsche e Borges.

Sta di fatto che sono assai più fre­quenti le sommarie liquidazioni di una produzione poetica che certo non regge il confronto con quella dell'entusiasta discepolo di Emer­son, Walt Whitman. Lo stesso Sores­si ricorda come anche le lodi di Ha­rold Bloom si riferiscono più al filo­sofo della poesia che non al poeta in quanto tale. E comunque non sa­rà un caso che il libro che ripropo­ne il più influente pensatore ameri­cano, se non proprio il più grande, all'attenzione di un pubblico italia­no comunque poco propenso a se­guire i voli pindarici di un'immagi­nazione ostinatamente refrattaria alla sistematicità razionale (che è poi quel che si vorrebbe da un filo­sofo), non si arrischi ad addentrarsi nell'universo poetico di Emerson, ma in quello delle sue riflessioni sul­la poesia.
In effetti; l’impressione che non di rado si ottiene nel leggere Emer­son è che, detto brutalmente, se la sua poesia e troppo filosofica, la sua filosofia è troppo poetica, con la differenza che l’avvitamento in cervellotiche meditazioni appesantisce inesorabilmente gran parte della sua produzione in versi, men­tre è proprio lo scatto deviante, eversivo, sostanzialmente illogico del poeta a trasformare le – eviden­ti – ambiguità e aporie del suo pen­siero in feconde aperture verso nuo­vi e inattesi orizzonti di senso. Nei tre saggi raccolti in Essere poeta la
componente visionaria del fondatore del Trascendentalismo si impone con la forza di chi concepisce l'atto poetico non co­me controllato esercizio di stile (anche se poi, paradossalmen­te, tali appaiono all'occhio e all’orecchio proprio le sue com­posizioni poetiche, rigidamente inquadrate in tradizionalissime forme metriche), ma come erompere spontaneo della scintilla dell’ispirazione che risiede in misura maggiore o minore in ogni singolo individuo, oltre ogni distinzione e gerarchia di classe, sesso, razza, persino cultura. Ci vorrà poi un Whitman per tradurre in modo davvero adeguato, nel suo alluvionale linguaggio paratattico, la vena profeticamente rivo­luzionaria di questa filosofia democratica della poesia, che tut­to accetta e nulla rifiuta, a partire dalle sue proprie contraddi­zioni -«Mi contraddico? / Benissimo, allora mi contraddico / (sono ampio, contengo moltitudini)», scriverà Whitman in «Canto di me stesso», quando pubblicherà la prima edizione di Foglie d'erba, nel 1855, seguendo esplicitamente i precetti dettati nel 1844 da «Il poeta»).

L'intenzione radicalmente egua­litaria di Emerson si manifesta fin dalle primissime parole di questo imbizzarrimento di una parola che si scioglie dalle briglie dell’ordi­ne logico e grammaticale, per riven­dicare con passione esplosivamen­te metaforica che «noi non siamo né bracieri ne carriole e neanche corrieri del fuoco e tedofori, ma fi­gli del fuoco, fatti di fuoco, e nient'altro che la stessa divinità trasmu­tata, e a due o tre passi appena da noi, quando meno lo sappiamo». Questo 'noi' si riferisce sia all'umanità universale sia, più specifica­mente, al popolo dei poeti (quan­tomeno potenziali), cui spetta nien­temeno che il compito di legiferare, in quanto supremi «Nominatori», sulla configurazione del mondo, creandolo nel mentre ad esso dan­no voce, perché «il poeta è colui che può articolarlo». Nell'ambigui­tà di questa formulazione del “potere della poesia” sta quella du­plicità della concezione tutta ameri­cana della democrazia e dell'ugua­glianza, e delle modalità attraverso le quali devono essere garantite dall'autorità, per cui se tutti siamo uguali e ugualmente possiamo partecipare all'universo simbolico che è in fondo il vero orizzonte della vi­ta («Noi siamo simboli e abitiamo simboli; lavoratori, operatori e ope­rai, lavoro e opere, arnesi, parole e cose, nascita e morte, tutti sono em­blemi»), non tutti tuttavia riescono a usare questi simboli «in modo ori­ginario» (il testo 'originale' recita «they carnnot originally use them»; il traduttore ha scelto 'originario' anziché 'originale', obbligato co­m'è a scindere la polisemia del ter­mine inglese, ma qui Emerson im­plica che il poeta è sia chi dà origi­ne al mondo con il primo uso di un simbolo, sia chi riesce a usarlo in modo diverso, inusuale, 'nuovo'). L'uguaglianza delle opportunità non corrisponde, in poesia come nella vita o nella politica, all'ugua­glianza delle realizzazioni, e meno che mai all'uguaglianza del potere. Quando Francis Otto Matthiessen osserva in Rinascimento americano che per Emerson il «valore fonda­mentale del simbolo per il poeta sta nel fatto che «costringe il lettore a essere coinvolto nel processo poe­tico», implicitamente sottolinea co­me tale processo non sia paritario, e come le regole del gioco siano in qualche modo imposte dal poeta al lettore.
A trent'anni di distanza da «Il po­eta», Emerson torna a elaborare la sua filosofia della poesia negli altri due saggi della raccolta, finora ine­diti in Italia, e pubblicati in Letters and Sacial Aims (1876). In «Poesia e immaginazione» il filosofo si avventura, secondo una pratica per lui ab­bastanza inconsueta, nella disami­na di questioni eminentemente tec­niche, discettando con competen­za di tropi e metri, e recuperando la distinzione coleridgeana tra l'«im­maginazione», che è una facoltà creativa e «centrale», e la «fantasia», che invece «riguarda la superficie». La poesia è qui sia quella «gaia scienza» che conquisterà Nietzsche, sia una «fede», perché è «scritta con un umano dovrebbe o sarebbe, anziché con il fatale è»: la tensione, ancora una volta pretta­mente americana, tra atto e poten­za, materialità del presente e utopi­co sogno del futuro, trova la sua perfetta composizione nella poe­sia, che è, qui e ora, e al tempo stes­so adombra quel che sarà, quantun­que il poeta non ne abbia il pieno controllo – concetto espresso con fenomenalmente leggerissima me­tafora poetica: "Ogni scrittore è un pattinatore: deve andare in parte dove vorrebbe, e in parte dove lo portano i pattini».
Più erratico e meno fondamenta­le degli altri due è l'ultimo saggio della raccolta, «Ispirazione», an­ch’esso peraltro percorso da lampi immaginifici, e pure da sorprenden­ti professioni d'umiltà, come quella in cui l'autore invidia la capacità d'astrazione di certi studiosi, e con­fessa che i suoi occhi «sono più co­me quelli di una donna», attenti al­la concretezza e al dettaglio (e, tan­to per cambiare, quel che sembra un difetto si tramuta quasi magica­mente, poeticamente, in virtù). Qui come altrove, la preziosità dell'in­tuizione emersoniana non va cerca­ta in una (inesistente) precisione in­tellettuale, ma nel frastornante in­cedere a scarti di un pensiero che, non volendo (o non potendo) incar­dinarsi in solide architetture, prefe­risce l'icasticità aforistica, efficacis­sima per quella comunicazione ora­le cui è indirizzata gran parte delle opere in prosa di Emerson (stiamo parlando del più famoso oratore americano dell'Ottocento, una sor­ta di rock star di quei tempi che sa­peva radunare decine di migliaia di persone per i suoi discorsi): alla fi­ne, più che a una teoria filosofica della poesia, siamo di fronte a una pratica poetica della filosofia, che realizza nell'atto medesimo del pensarlo l'obiettivo della propria ri­cerca – riscattare l'inventività della parola, renderla ancora e di nuovo poiesis, creazione.